Aiuto Famiglia
4°
Convegno Ecclesiale Nazionale di Verona
Introduzione all'ambito: vita affettiva
«Sforziamoci di
generare speranza»
di Raffaella
Iafrate
(professoressa associata di Psicologia dei gruppi e di comunità nell'Università
Cattolica del Sacro Cuore)
Per chi ha poco tempo:
l’Associazione Aiuto Famiglia ONLUS ha evidenziato in
rosso, con titoli in blu,
quello che secondo noi non si può assolutamente fare a meno di leggere. Saremo
lieti di ricevere le vostre osservazioni in merito all’e-mail
ascolto@aiutofamiglia.it .
1. Essere testimoni di
speranza in ambito affettivo
Nelle riflessioni preparatorie e nei primi interventi di questo Convegno,
abbiamo più volte ricordato che il testimone è colui che vive come “pellegrino e
straniero” in questo mondo, che affronta il viaggio della vita consapevole delle
difficoltà e dei rischi che incontrerà sul suo cammino, ma fiducioso e
determinato a raggiungere la meta, fonte di senso della sua stessa vita.
Parole chiave del suo percorso sono libertà dai condizionamenti del mondo;
coraggio di scommettere sul futuro al di là delle possibilità e dei limiti
umani; fiducia in una presenza che accompagna e sostiene, anche nella prova e
nell’afflizione. In altre parole, testimone è colui che sa sperare di una
Speranza viva che interroga e interpella l’umano sentire, perché fondata sulla
sconvolgente differenza del mistero di morte e Resurrezione del Vangelo. È
questa una Speranza che si mostra soprattutto nel dolore e nelle inevitabili
prove della vita, ma di cui non siamo padroni: essa ci travolge e ci supera.
Abbiamo anche più volte sottolineato la difficoltà odierna di parlare di
speranza: la perdita di un orizzonte escatologico (espressa da un generalizzato
appiattimento sul “qui ed ora”), il tramontare dell’idea che la storia abbia una
direzione, un senso; la confusione superficiale tra speranza e vago sentimento
di ottimismo: tutto tende a banalizzare una dimensione umana che ha un respiro
infinito, ossia un’esperienza che solo il Risorto può donare.
La vita affettiva, di cui ogni uomo fa esperienza dal suo nascere e che occupa
grande spazio lungo tutta la sua esistenza, è oggi particolarmente soggetta a
questa banalizzazione e rappresenta pertanto un vero e proprio banco di prova
per una testimonianza credibile della speranza cristiana.
La libertà, il coraggio, la fiducia e la speranza del
testimone sono così messe alla prova anche e soprattutto nelle esperienze
affettive, oggi sempre più vissute come realtà dell’io individuale, pieno del
suo sentire e delle sue emozioni e quindi senza spazio per l’incontro con
l’altro, che diviene così qualcosa di minaccioso da cui difendersi o del quale
appropriarsi per non esserne a propria volta fagocitato: in altra parole
un’affettività senza speranza.
L’origine di tale di-sperazione è rintracciabile
nella dicotomia cui, nel nostro contesto socio-culturale, sono stati sottoposti
gli affetti. Assistiamo oggi infatti ad una tendenza a contrapporre affetto e
norma, passione (pathos) e ragione (logos) e a
ridurre a pura emotività l’esperienza affettiva,
concepita come tutta interna al soggetto, autogenerantesi, passiva e
ingovernabile dalla volontà e dalla ragione. Tale dicotomia ci parla di un vero
e proprio stravolgimento a livello antropologico. In evidenza c’è una concezione
di uomo che nel campo affettivo tende sempre più a diventare “ciò che si sente”,
frutto di una separazione tra corpo e mente; una concezione dalla quale ciò che
viene a mancare è l’idea stessa di Persona come essere umano con suoi attributi
di dignità e libertà, in cui fisicità e spiritualità, natura e cultura sono
ricondotti ad unità secondo una prospettiva che supera e trascende ogni deriva
spiritualistica e materialistica, ma anche individualistica e collettivistica.
Nella “persona”, coscienza, affetti e responsabilità sociale infatti non si
contraddicono, ma sono dimensioni indispensabili per la piena realizzazione
dell’uomo che, proprio in quanto persona, è fondamentalmente “relazione” con
l’altro. La vita affettiva, luogo privilegiato del “re-ligo”, del legame tra gli
uomini, dove libertà individuale e vincolo sociale hanno lo stesso peso e la
stessa dignità (“legare” ed “essere legati” all’altro implicano infatti una
duplice valenza di dono libero/debito vincolante), paga così lo scotto di questa
dissipazione antropologica e da esperienza squisitamente personale viene sempre
più ridotta ad esperienza puramente individualistica.
Non stupisce dunque il fatto che oggi ci troviamo di fronte ad una sorta di
“marasma” terminologico indifferenziato in cui
affetto e amore sono spesso confusi con emozione, sentimento, soddisfazione
effimera. Occorre dunque ribadire con forza
(come il Magistero Ecclesiale non si stanca di fare) che veramente degno
dell’uomo è un amore che non si riduce alla dimensione istintiva e sessuale, ma
al tempo stesso non la rinnega a favore di un astratto spiritualismo; è un amore
che trascende il determinismo dell’ordine biologico per approdare ad un
orizzonte di libertà; è un amore che è espressione della persona nella sua
interezza, ossia dell’essere umano come essere individuale e sociale, dotato di
istinto e di ragione, di passione e responsabilità.
Prima di parlare di affetti è importante pertanto chiedersi di quale vita
affettiva si sta parlando e soprattutto di quale uomo si sta parlando. Quando si
costruisce, occorre sempre verificare il fondamento.
2. Peculiarità
della vita affettiva della persona
Un’autentica vita affettiva, come esperienza profondamente rispettosa
dell’umano, non può che essere: 2.1 un’esperienza di relazione; 2.2 congiunta ad
una dimensione etica.
2.1 Cosa significa che non può essere che
un’esperienza di relazione?
Occorre innanzitutto osservare che la cultura contemporanea sembra incapace
di pensare la “relazione”, ossia di pensare a ciò che lega le persone tra loro.
È come se oggi – al contrario – si affermasse che dove c’è relazione con l’altro
non ci può essere spazio per il soggetto ed i suoi diritti individuali.
Separazione, divorzio, denatalità, ricorso a tecniche di fecondazione
artificiale nella logica del “diritto alla maternità” e del “figlio a tutti i
costi”, sono fenomeni in crescita che mostrano come, in nome della libertà
individuale sia sacrificato ogni significato che riconduca al legame con
l’altro, con il diverso da sé. Ciò che questa concezione individualistica non
considera, è che in realtà tra identità individuale e relazione con l’altro
esiste un legame indissolubile, al punto che si può affermare che la capacità di
relazione non è un’abilità, ma l’abilità che definisce l’essere umano. Anche la
psicologia lo conferma. L’essere umano nasce – per
così dire – “psicologicamente” nel rapporto con l’altro (la madre) e cresce
grazie alla sua capacità di stabilire altre relazioni adeguate con le persone
che costituiscono il suo ambiente familiare e sociale. Il bambino è da subito,
fin da quando è nel ventre materno (e chi ha vissuto l’esperienza della
maternità può solo confermarlo), un soggetto capace di comunicazione e
relazione. Studi recenti hanno inoltre mostrato come il neonato sia
già “socialmente competente”, possieda cioè una grande conoscenza delle regole
del dialogo e dello scambio con gli altri. Ma spingiamoci ancora oltre: la
persona non può neppure definirsi se non in relazione agli altri: anche quando
si tratta di dare una definizione di sé, rispondendo alla domanda “chi sono
io?”, ci accorgiamo che tale definizione (figlio/figlia, moglie/marito, madre
padre, fratello, amico, professionista…) è fondata su relazioni e legami con
l’altro. La dimensione relazionale è connaturata con l’umano e anche l’individuo
più isolato e solitario porta i segni di un’appartenenza sociale, che è prima di
tutto familiare (già presente nel nostro nome e cognome).
Gli esseri umani sono dunque “esseri relazionali”.
Rivendicare la natura relazionale degli affetti significa pertanto riconoscere
la profonda verità di una caratteristica peculiare dell’essere umano, che non si
spiega dentro ad una prospettiva individualistica.
L’affettività è prima di tutto un incontro con l’altro. “Affectus”
(da afficio nella sua forma passiva) significa “sono colpito, sono mosso”.
Qualcosa o qualcuno colpisce il mio io ed io gli vado incontro. L’affetto ha una
direzione ed esprime un legame con l’altro. L’esperienza affettiva mi supera e
mi apre all’ignoto dell’in-contro (ossimoro che unisce i due concetti opposti di
in = verso e contro) e della relazione, sia nei suoi aspetti di vincolo (re-ligo),
sia di riferimento di senso (re-fero). Le numerose interazioni che costellano la
vita quotidiana delle persone che si amano, si possono comprendere appieno solo
ricondotte a ciò che lega i soggetti a monte alla loro storia comune.
Caratteristica della relazione, a differenza dell’interazione contestualizzata
nel qui ed ora, sono dunque i tempi lunghi, è la storia personale e sociale che
lega un uomo e una donna, due amici, un genitore e un figlio, un educatore e un
discepolo. Parlare di relazionalità della vita
affettiva significa pertanto uscire da una visione egocentrata e proiettare gli
affetti in una prospettiva, che non può essere esaurita nell’istante
dell’interazione di scambi immediati e di bilanci frettolosi, come quello che
giudica la bontà di una relazione in base alla gratificazione immediata o da ciò
che se ne ricava.
2.2
Un’autentica vita affettiva non può essere disgiunta da una dimensione etica
L’affetto privato di una direzione verso cui tendere, si riduce a pura emotività
e sentimentalismo. È dunque una combinazione di qualità
etico-affettive a costituire la struttura portante di tutte le relazioni. Il
prototipo della qualità affettiva è la fiducia-speranza, il matris-munus, il
dono della madre che dà la vita, la protegge e la contiene; il prototipo della
qualità etica è la lealtà-giustizia, il patris-munus, il dono del padre, che
guida, dà coraggio, regola, apre al mondo.
Va certamente riconosciuto al nostro tempo una valorizzazione degli aspetti
affettivi ed espressivi del legame, rispetto ad una società del passato
certamente più restia a riconoscere la bontà di queste dimensioni e maggiormente
orientata a sottolineare gli aspetti vincolanti e normativi delle relazioni
interpersonali e sociali, con rigidità che condizionavano fortemente anche le
relazioni affettive e familiari. Pensiamo ad esempio
ai matrimoni fondati su patti formali e contrattualistici, combinati dalle
famiglie d’origine o dalle comunità d’appartenenza; o al rapporto genitori-figli
delle generazioni del passato in cui le manifestazioni affettive erano molto
contenute (si diceva: “I bambini vanno baciati solo quando dormono”!),
soprattutto nella relazione padre-figlio spesso lontana e autoritaria. Positiva
è dunque la conquista del nostro tempo che ha saputo ridare spazio alla
dimensione affettiva dell’uomo, al riconoscimento delle potenzialità del suo
cuore. Ma noi sappiamo che il cuore dell’uomo, con tutta la ricchezza e la
profondità di cui è ricolmo, se non è educato da un ethos che gli indichi una
direzione, che ne finalizzi le potenzialità, si corrompe. Occorre,
infatti, sottolineare che fiducia/speranza da una parte e lealtà/giustizia
dall’altra, in una certa misura, convivono con il loro opposto: nessuna
relazione umana è, infatti, perfetta e una certa quota di mancanza di fiducia e
di prevaricazione vive nelle nostre relazioni affettive. Nelle relazioni circola
la speranza di bene con la sua forza unitiva, di passione e di compassione e
circola il male con la sua forza disgregante, di sfruttamento dell’altro e di
dominio su di lui. Nessuna relazione ne è immune; per questo motivo i legami
affettivi possono essere la sede del benessere della persona, ma anche la sede
della grave patologia e della sofferenza psichica (come molti fatti di cronaca
di questi ultimi anni stanno dimostrando drammaticamente).
Noi oggi ci troviamo davanti ad un grave rischio:
assistiamo ad una sorta di “ipertrofia” dell’affetto, uno sbilanciamento a
favore degli aspetti emozionali a discapito di quelli valoriali con
un’affettività sradicata dall’ethos, da una prospettiva di senso, percepita come
pura saturazione di un bisogno, senza direzione e scopo, ridotta a puro
sentimentalismo, a “ciò che si sente”, si prova. Anche a
livello educativo si
osserva tale equivoco sbilanciamento: gli affetti paiono non bisognosi di
educazione. Già nelle prime relazioni con i bambini piccoli, si educano i
bambini sul piano cognitivo e – al limite – comportamentale, ma si ritiene
l’affettività come “non educabile”, a favore di uno spontaneismo che si risolve
in un puro soddisfacimento dei bisogni immediati. E tale atteggiamento è poi
mantenuto anche lungo il percorso di crescita, dalla scuola che si occupa di
educare cognitivamente e culturalmente, ma che riserva poco spazio alle
dimensioni affettive e relazionali; alla formazione degli adolescenti, sempre
più seguiti ed emancipati sul piano intellettuale e sempre più disorientati e in
balia delle proprie dirompenti emozioni sul fronte relazionale ed affettivo.
Sintomatica – a questo proposito – la percezione di anacronismo che suscita oggi
la parola “fidanzamento”. Il tempo dell’affetto
messo alla prova, della verifica, orientato ad un
futuro attraverso una promessa di impegno, fiduciosa nei confronti dell’altro,
ha lasciato spazio ad esperienze “usa e getta” o tutt’al più a reiterati tentativi
per “prove ed errori”, vissuti sostanzialmente come sperimentazioni
narcisistiche della propria capacità di seduzione o come conquiste per
confermare la propria identità e soddisfare i propri bisogni. Anche nella
difficoltà di fidanzarsi e di vivere il fidanzamento come banco di prova
dell’affetto, come occasione per incamminarsi e verificare la propria vocazione,
si esprime dunque la tendenza attuale a sradicare l’affettività dalle sue più
profonde ragioni e la difficoltà ad approdare ad una visione dell’affetto come
incontro con l’altro, come relazione. Tutto ciò mette a dura prova la tenuta
delle relazioni affettive e ancora di più la loro forza generativa e benefica.
È quantomeno curioso, se non inquietante, osservare come il mondo moderno, così
attento a promuovere la crescita intellettuale delle nuove generazioni, così
aperto all’investimento di energie sul piano culturale, si accontenti di formare
personalità che pur essendo cognitivamente evolute, sono affettivamente
incistate in uno stadio evolutivo infantile, in un’affettività primordiale e
incontrollata, spesso fonte di sofferenza, se non di vera e propria patologia
relazionale. Il mondo degli affetti chiede dunque di essere formato e per così
dire “raffinato” da un lavoro educativo, non meno lungo e impegnativo di quello
richiesto per la formazione delle menti e delle cognizioni.
3. Legami
orizzontali e verticali
La verità profonda degli affetti risiede dunque in questo riconoscimento della
loro natura relazionale e della loro direzione etica. Il polo etico e il polo
affettivo agiscono nelle diverse relazioni, da quelle orizzontali-simmetriche
(coniugale, fraterna, amicale) a quelle verticali-asimmetriche (genitoriale, tra
generazioni familiari e sociali) nelle diverse transizioni che il legame
attraversa: pertanto, in ciascuno di questi legami ci sono aspetti di cui
occorre prendersi cura per garantire che i processi degenerativi non prevalgano
su quelli generativi, che la disperazione non prevalga sulla speranza.
3.1 Legami orizzontali-paritetici
All’interno dei legami orizzontali, in cui i soggetti si pongono su un piano
paritetico in termini non solo di valore, ma di potere e responsabilità, la
dimensione affettiva si traduce sostanzialmente nell’abbandono fiducioso
all’altro, nel calore e nell’intimità della relazione, mentre il polo etico si
traduce nell’impegno per la tenuta del legame, nel rispetto dell’altro per la
sua diversità e dignità individuale. Solo a condizione che entrambi questi
aspetti siano presenti è possibile realizzare un autentico legame affettivo, in
cui il sentimento non diventi puro appagamento di sé, ma acquisisca un valore
che supera i bisogni individuali e testimoni l’eccedenza della relazione, come
elemento terzo, degno di riconoscimento e di cura. Tutte le relazioni
orizzontali-paritarie, pur con la loro specificità, condividono queste
caratteristiche: l’amicizia, la fratellanza e soprattutto, l’amore tra un uomo e
una donna.
3.1.1 I Legami di fratellanza e di amicizia
Pur nella diversità della loro natura (di sangue i primi, d’elezione i
secondi) si tratta di legami molto simili. Soprattutto ai giorni nostri in cui
l’esperienza fraterna è sempre più rara (per il diffondersi delle famiglie con
figlio unico), le relazioni amicali sono spesso sostitutive di quelle fraterne
e, in un certo senso, esprimono il bisogno di legami fraterni tra gli uomini
(non è un caso che per descrivere un’amicizia profonda si dica spesso “è per me
come un fratello”). Le relazioni tra fratelli e tra amici rappresentano
un’occasione preziosa per la crescita della persona, una sorta di “laboratorio
sociale” in cui fin da bambini si sperimenta una relazione “orizzontale” nella
quale imparare a trattare con i pari, a sperimentare le proprie capacità in un
contesto noto e sicuro, a condividere (o a volte a contendersi) oggetti ed
affetti comuni, esattamente come si sarà chiamati a fare nella vita di relazione
futura. Ma tali relazioni sono, dal punto di vista dello sviluppo psicologico,
anche molto di più: potremmo affermare che esse costituiscono un prezioso
terreno di esperienza dell’uguaglianza e della diversità al tempo stesso. I
fratelli devono, infatti, da sempre e per sempre fare i conti con una storia
comune, con una stessa matrice genetica e culturale; ma al tempo stesso si
riconoscono da sempre e per sempre come differenti per caratteristiche
individuali, per esperienze personali diverse, per le modalità con cui hanno
elaborato differentemente tale comune appartenenza familiare. L’esperienza
amicale, pur non riconducibile ad una comune appartenenza familiare, condivide
questo binomio somiglianza/differenza tipico della relazione fraterna. Gli amici
si scelgono spesso per complementarietà o per somiglianza: anch’essi dunque sono
chiamati come i fratelli a “distinguersi nella somiglianza” e ad “assomigliarsi
nella diversità”, non negando le differenze al punto di appiattirsi in una
rassicurante, ma pericolosa “riproduzione” dell’altro, ma nemmeno esasperandole
al punto di non riconoscere qualche aspetto di sé facilmente individuabile anche
nell’altro. Quando si pensa alle relazioni fraterne e amicali, si oscilla tra
aspetti positivi quali intimità, solidarietà, lealtà e categorie negative quali
rivalità, gelosia, conflitto. Tale ambivalenza non è che uno specchio della
realtà: nella relazione fraterna come in quella amicale, infatti, entrambe
queste dimensioni sono costantemente compresenti. Come in tutte le relazioni,
dunque, accanto ai processi positivi e generativi sono sempre in agguato quelli
degenerativi. La condizione alla quale è possibile far prevalere i primi, è
ancora una volta che sia riconosciuta la valenza etico-affettiva dei legami. Ciò
significa che, nelle relazioni fraterne e amicali, affinché consolazione,
appoggio e rispecchiamento (aspetti affettivi) non si traducano in una
narcisistica ricerca di sé, è fondamentale che siano sempre presenti l’oblatività,
il supporto, la gratitudine (aspetti etici), ossia il rispetto non solo per ciò
che l’altro fa per noi, ma anche per ciò che l’altro è.
3.1.2 Il Legame
di coppia ed il suo itinerario educativo
Ma veniamo al legame di coppia. La reciprocità originaria dell’uomo e della
donna e la loro potenzialità generativa, rendono il legame di coppia il
“paradigma” delle relazioni orizzontali paritetiche. Nel “mistero grande” della
comunione tra uomo e donna (“non più due, ma una sola carne”) si rivela la
persona come segno, immagine di Dio. La sfida all’impoverimento degli affetti e
del valore della relazione a favore di un solitario quanto inesistente astratto
individuo, ha dunque nella relazione di coppia l’espressione più alta ed
impegnativa. Per questo l’educazione alla vita di coppia è un lavoro di
accompagnamento che deve partire da lontano: noi facciamo fatica a parlare di
matrimonio ai ragazzi e ai giovani; anche l’educazione
sessuale
è spesso trattata come un problema di
tipo puramente tecnico o in un’ottica di conoscenza e controllo individuale. La
coppia rimane una questione da adulti. Sfugge troppo spesso la portata
educativamente rivoluzionaria dell’esperienza dell’amore coniugale che
testimonia al mondo la possibilità di realizzare sulla terra un legame che ha
qualcosa di divino, che parla di eternità in un mondo dominato dalla precarietà,
di fiducia e speranza alle nuove generazioni così spesso scoraggiate e
rassegnate; di futuro e di generatività ad una società schiava dell’immediato e
spaventata dal domani. Educare all’affettività e alla vocazione matrimoniale è
educare alla formazione della Persona nella sua interezza; è educare al senso
del limite e della propria finitezza: l’altro ci aiuta a superare l’illusione di
onnipotenza narcisistica di cui oggi il mondo è malato. È educazione al dono
gratuito, alla capacità di sacrificio e alla riconoscenza per il dono dell’altro
non dovuto, ma liberamente elargito: tutti atteggiamenti oggi tanto rari quanti
necessari alla nostra convivenza sociale. È educare a puntare in alto e a non
bruciare le tappe sprecando esperienze di vita fondamentali per la crescita: in
questo senso, l’educazione alla gestione ordinata e finalizzata della propria
sessualità e dei propri desideri, liberati dalla prigione individualistica e
riconosciuti nella loro natura relazionale e generativa, è una garanzia di
formazione di persone autentiche, capaci di coniugare sentimento e volontà,
passione e ragione e di dare un senso alle proprie scelte. L’educazione
all’affettività di coppia consente dunque un percorso di crescita vocazionale
che può guidare i giovani a scelte più consapevoli sia verso l’esperienza
generativa della coniugalità e della famiglia, sia nella complementare, e non
meno generativa scelta vocazionale verginale e di speciale consacrazione. La
vita affettiva rientra dunque in un percorso di scoperta della propria
vocazione, di risposta ad una chiamata da parte di un Padre a realizzare un
disegno personale pensato per ciascuno di noi. Questa è l’origine della vera
speranza: la sicurezza che la risposta a tale chiamata è un destino buono,
prepensato da una paternità che ci precede e ci ama da sempre. Questa è anche la
forza che sorregge i percorsi vocazionali più incerti ed accidentati e gli
itinerari più difficili. Nella confusione antropologica attuale, dove la libertà
individuale pare essere l’unico criterio guida nelle scelte, dove si arriva
anche a confondere i modelli di identificazione sessuale, mettendo sullo stesso
piano le scelte eterosessuali e quelle omosessuali, sganciando quindi
l’affettività dalla sua portata relazionale e generativa, porre l’educazione
affettiva al di fuori degli aspetti valoriali e vocazionali può condurre a gravi
difficoltà, specie per gli adolescenti ed i giovani sempre più disorientati
nelle loro scelte affettive e nel loro percorso di costruzione dell’identità. A
fronte di tali problemi, la scelta di sposarsi oggi è sottoposta a innumerevoli
ostacoli. La diminuzione dei matrimoni, l’aumento delle unioni libere, le
separazioni e divorzi ne sono chiara testimonianza. Alla
fragilità del legame coniugale
pare contribuire, da una parte, quella che potremmo chiamare la “tirannia
dell’intimità”, che teorizza una fusionalità senza incrinature tra i due
partner, spesso abbagliati da aspettative reciproche troppo elevate e pertanto
facilmente soggette a delusione; dall’altra parte, la perdita dell’aspetto
sociale del vincolo coniugale, che va sempre più sullo sfondo, lasciando in
primo piano una coppia autoreferenziale che si vive in uno spazio totalmente
privato, svincolato da appartenenze familiari e sociali: in altre parole una
coppia sola. Lo sbilanciamento della relazione sul versante
affettivo/emozionale, a scapito di quello etico e di impegno del patto fa sì che
il vincolo si rappresenti da subito come non necessariamente duraturo e ciò
provoca nella coppia un senso di precarietà sempre incombente. Tuttavia,
nonostante questi segnali allarmanti, il matrimonio rimane, soprattutto per i
giovani, secondo quanto evidenziato da diverse ricerche, una meta ideale
altamente desiderabile. È dunque su questo desiderio di felicità che occorre
puntare per lanciare senza remore alle nuove generazioni il messaggio di
speranza e di gioia insito nell’amore tra l’uomo e la donna. Occorre pertanto
rintracciare gli aspetti fondanti dell’identità di coppia per individuare ciò
che in questo panorama socio-culturale necessita di maggior cura e sostegno. La
relazione coniugale è fondata su un patto fiduciario, su base affettiva
(attrazione, soddisfacimento dei bisogni reciproci) ed etico-valoriale (impegno
e promessa – in presenza di testimoni – di coltivare e mantenere nel tempo il
legame “nella buona e nella cattiva sorte”). Ciò significa che
gli
ingredienti di un rapporto di coppia soddisfacente
e stabile
saranno al tempo stesso l’intimità, la comprensione, una buona
capacità di comunicazione e in generale tutte le dimensioni affettivo-sessuali,
ma anche le componenti “etiche”, quali l’impegno e la fedeltà verso il legame,
la dedizione e il supporto reciproco, la capacità di accettare e perdonare anche
i limiti dell’altro, lo spirito di sacrificio, la forza di affrontare insieme le
prove della vita. Lo sbilanciamento sul versante emozionale dei legami, a
scapito di un riconoscimento della loro ineludibile valenza etico-sociale di cui
si è detto, affida completamente alla discrezionalità dei partner la libertà di
decidere l’ufficialità, la durata, la possibile interruzione o frattura del
patto. È su questo aspetto che pare pertanto urgente supportare e educare la
coppia, spesso legata da patti fragili, senza progetto, contingenti ed
emozionali, in cui la scelta reciproca è priva di impegno. In particolare, il
salto critico è quello che va dall’innamoramento all’amore, durante il quale si
passa da un processo di “presunzione di somiglianza” e di attribuzioni
marcatamente positive (spesso acritiche) ad una condizione di comunanza, fondata
sulla reciprocità e sulla capacità di vedere anche gli aspetti “deboli”
dell’altro. Le coppie abbisognano comunque di
supporto non solo nella fase della loro
costituzione, ma anche nel tempo. Aver cura del patto coniugale comporta,
infatti, non tanto il costruire una volta per tutte un armonico equilibrio tra
aspetti etici ed affettivi, ma attuare un rilancio continuo del legame di
coppia: la costruzione del patto è un processo costante, continuamente
modificato e messo alla prova dagli eventi della vita, intrinsecamente esigente
per la sfida implicita che porta dentro di sé nel tendere a fare di due persone
“una cosa sola”, ossia nel ricondurre ad unità due differenze. Il compito
fondamentale cui la coppia è chiamata è proprio quello di sapere gestire la
conflittualità derivante dalla differenza tra uomo e donna,
dall’incontro-scontro tra due storie familiari e sociali differenti (da
rielaborare in modo originale attraverso il complesso processo di distinzione di
coppia dalle famiglie d’origine e la costruzione graduale di una nuova e
originale rete relazionale condivisa), dai mutamenti cui il patto è sottoposto
dal trascorrere del tempo. D’altra parte non ci sarebbe bisogno di un patto (la
cui radice etimologica rimanda a pax-pacis) se non ci fosse nulla da
“pacificare” se nella relazione coniugale l’accordo fosse “automatico” e
“spontaneo”. Infrangere il mito del “naturalismo” dell’amore coniugale (se due
non stanno bene insieme “naturalmente” senza sforzi, significa che non si
amano), superare la visione idealizzata della relazione tra partner (l’altro
deve essere a tutti i costi colui che soddisfa ogni mio bisogno in ogni momento
della vita), per approdare ad una consapevolezza realistica e serena del diritto
di ogni persona (anche del proprio partner!) di avere dei limiti, di poter
cambiare, di non vivere ogni evento allo stesso modo, si pone allora come una
delle sfide più intriganti del percorso di una coppia che decida di investire
sul futuro del proprio legame. Prendersi cura reciprocamente implica dunque un
riconoscimento ed una legittimazione dell’altro, amato per ciò che è,
riconosciuto nella sua unicità, rispettato nella sua differenza. Non a caso
l’esito più evidente del buon funzionamento di una coppia si esprime nella
generatività (sia essa biologica o sociale), che si realizza proprio grazie
all’incontro di differenze e rappresenta ciò che di più vitale ed appagante
l’essere umano adulto possa sperimentare. E veniamo ai
3.2 Legami
verticali-gerarchici
I legami cosiddetti “verticali”, dove la gerarchia ancora una volta non riguarda
ovviamente il valore delle persone, ma la posizione intergenerazionale che esse
occupano e il livello di responsabilità che esercitano, vivono e si nutrono
anch’essi di una sostanza etico-affettiva. In questo caso la dimensione
affettiva si esprime nella protezione e nella fiducia e speranza nelle
possibilità dell’altro e la dimensione etica si traduce nella responsabilità nei
suoi confronti e nell’impegno educativo. Anche in questo caso la compresenza di
dimensioni etiche e affettive preserva il legame dal rischio dell’appropriazione
(l’altro è “roba mia” di cui godere) e dell’usurpazione (il potere che esercito
sull’altro lo rende schiavo del miei bisogni) e lo proietta in una dimensione di
valore dove l’altro è riconosciuto nella sua libertà e dignità e condotto verso
la realizzazione della sua piena umanità. Tutti i legami gerarchici condividono
queste caratteristiche. Pensiamo alle relazioni genitori-figlio o nonni-nipoti,
ma anche a quelle tra educatori e discepoli e in generale a tutte le relazioni
intergenerazionali che incontriamo a livello sociale.
3.2.1 Il Legame
genitori-figli e la genitorialità sociale
Paradigmatica della relazione verticale è senza
dubbio la relazione genitori-figli. Anche tale relazione si presenta attualmente
connotata da alcune caratteristiche apparentemente contraddittorie dal punto di
vista strutturale: calo delle nascite, diffusione del modello a figlio unico,
innalzamento dell’età delle primipare, da una parte; puerocentrismo esasperato,
ricerca del figlio “a tutti i costi” e investimento totale su di lui,
dall’altra. L’origine di questa ambivalenza sta nel mutato significato che il
figlio assume oggi per la coppia: esso rappresenta l’asse indissolubile della
famiglia e sembra rimpiazzare la debolezza del legame di coppia. In alcuni casi
è il figlio stesso ad “istituire” la coppia: pensiamo al progressivo aumento di
coppie che fanno volutamente precedere la scelta di un figlio alla
legalizzazione dell’unione. La “logica del bambino” ed i suoi diritti prevalgono
così sempre di più sulla logica della coppia e della famiglia. Tale aspetto è
certamente amplificato dal fatto di poter scegliere e controllare la
procreazione anche grazie al ricorso, sempre più frequente, alle tecniche di
riproduzione assistita. La diminuzione delle nascite ed il carattere di
avvenimento scelto e fortemente voluto della procreazione, fa dunque sì che essa
assuma le caratteristiche di “alto concentrato emozionale”.
I genitori finiscono per investire troppo nei pochi figli
che mettono al mondo e ciò può costituire un
problema per i figli poiché essi sentono di dover rispondere ad alte aspettative
e ad un’impegnativa immagine di sé che incarna inconsapevolmente il bisogno
realizzativo dei genitori da cui dunque sarà più difficile staccarsi e che avrà
conseguenze anche a livello dello stile educativo praticato. Anche su questo
fronte, infatti, si assiste ad uno sbilanciamento sul piano affettivo a
discapito di quello etico. Si tende più a se-ducere (sedurre) che a ex-ducere
(educare) il proprio figlio, al punto che se ne rende sempre più difficile il
distacco. (vedi ad es. il fenomeno sociale della cosiddetta “famiglia lunga” con
i figli giovani-adulti che “non vanno mai via” di casa). La cura responsabile,
autentico compito evolutivo dei genitori, si declina al contrario in una
compresenza costante di aspetti affettivi di “cura” (protezione, calore,
coccole) e aspetti normativi di “responsabilità” (regole, spinte emancipative,
limiti), assicurando in tal modo un equilibrio tra dono materno (matris-munus) e
dono paterno (patris-munus). Occorre ricordare inoltre che, proprio per la
natura unitaria della persona, nel percorso maturativo delle nuove generazioni
gli aspetti affettivi non sono mai disgiunti da risvolti di tipo etico. Ciò
significa pertanto che i genitori sono chiamati ad aiutare i figli a gestire la
propria affettività, ma nello stesso tempo a sostenerli nell’impegno verso una
progettualità di vita, nella volontà di orientare
il proprio percorso verso gli aspetti valoriali,
ossia verso “ciò che vale” al di là di “ciò che piace”. Il vero successo
educativo si ha quando ai giovani si riesce a trasmettere il messaggio che “ciò
che vale è anche ciò che mi piace”, ossia si riesce ad educarli alla passione
per l’impegno e al piacere della responsabilità. Nel nostro clima sociale appare
inoltre sempre più urgente ribadire la fondamentale asimmetria relazionale del
rapporto genitore-figlio, ma in generale anche tra educatore-educando: tale
rapporto è per definizione asimmetrico e
“gerarchico” e non paritetico e “democratico”,
pertanto esso implica una chiara assunzione della responsabilità educativa
dell’adulto nei confronti delle giovani generazioni, posizione che rifugge dai
rischi della indifferenziazione e dell’egualitarismo a tutti i costi. Il
concetto di “responsabilità” è inscritto nella relazione intergenerazionale:
tocca, infatti, alle generazioni precedenti rispondere delle condizioni mentali
e materiali che creano per quelle successive, almeno finché le successive
saranno in grado di rispondere di sé. La figura del genitore-amico oggi così
diffusa, ma anche la sostanziale “matri-focalità” del nostro contesto sociale,
connotato da una mancanza di confini netti tra generazioni, in cui il rapporto
con l’autorità e la norma sono sempre più problematici, possono essere
interpretati come “sintomi” di un evitamento dell’aspetto etico della cura, in
questo modo svilita e banalizzata in atteggiamenti ad ogni costo protettivi ed
accondiscendenti. Ne è prova l’incertezza dei genitori – ma anche degli
educatori in genere – quando si tratta di stabilire un confine tra bene e male,
quando si tratta di prendere decisioni sul dare limiti e regole. Ciò che è in
gioco, al di là della comprensibilissima difficoltà dei genitori di trovare, in
un mondo così confuso, soluzioni e comportamenti appropriati per ogni singolo
figlio, è l’idea stessa di una direzione della crescita, con la relativa
assunzione di responsabilità e di rischi che questo comporta. Va ricordato che
il figlio non è un proprio prodotto di cui godere,
ma una nuova generazione da accompagnare e da lanciare in avanti, perché possa
(e questa è la sua parte di responsabilità) raccogliere il testimone del senso
profondo delle tradizioni familiari e sociali, riscriverlo con propri accenti e
ritrasmetterlo alle generazioni successive. Il figlio è frutto della
relazione di coppia, è influenzato dal tipo di rapporto che con essa instaura,
ma eccede tale relazione: è presenza nuova che chiede di essere nutrita
materialmente e simbolicamente, che chiede di essere inscritta nella storia
delle generazioni per poter in futuro dare prova responsabile di sé in famiglia
e nella società. Sostenere genitori e educatori nell’assolvimento di questi
compiti, aiutandoli ad assumersi i rischi che tale percorso comporta, risulta
pertanto la condizione fondamentale per garantire la promozione della persona e
dell’autentica generatività, obiettivo principale del legame intergenerazionale.
Il concetto di generatività è ben più ampio di quello di procreazione perché
riassume sia i caratteri della procreatività, sia quelli della produttività e
creatività. I legami affettivi non portano con sé una semplice forza
procreativa, e certamente non solo riproduttiva (alla stregua del mondo
animale), ma sono generativi, ossia danno forma umana a ciò che da essi nasce e
a ciò che in essi si lega. Identificare nella generatività l’obiettivo
principale dei legami affettivi, significa pertanto introdurre una dimensione di
senso nel percorso affettivo di ciascuno e sottolineare il messaggio di speranza
che le relazioni affettive portano con sé. Non dimentichiamo che si è in grado
di generare nella misura in cui si è consapevoli e grati di essere stati
generati: in questo senso, vivere una relazione affettiva autentica e generativa
è una concreta possibilità di testimoniare la propria gratitudine e di mostrare
con un amore fecondo la speranza che è in noi. In questo senso, generativi non
sono solamente coloro che hanno fisicamente generato i propri figli. La
genitorialità ha un respiro ben più ampio della pura esperienza “biologica” del
dare la vita. Sappiamo bene quante forme di genitorialità “sociale”, quali
l’affido e l’adozione, non siano meno generative di quelle naturali. Paternità e
maternità possono inoltre essere esercitate, secondo diverse modalità, da figure
educative differenti dai genitori, quali sacerdoti, religiose, insegnanti e in
generale da tutti coloro che si impegnano a far crescere le nuove generazioni.
L’esperienza di ciascuno di noi può testimoniare quanto possano essere
importanti questi incontri con figure “genitoriali” diverse da quelle familiari
(è da rimarcare -a questo proposito- la fondamentale importanza che riveste la
figura della “guida spirituale” che, oltre ad aiutare i giovani nel loro
percorso vocazionale, può veramente costituire un riferimento educativo di
supporto alla funzione genitoriale in modo particolare in caso di carenze e
difficoltà familiari). La vera svolta culturale nell’interpretazione delle
relazioni affettive verticali sta dunque proprio in questo modo di intendere la
funzione genitoriale non solo in termini strettamente familiari, ma più
ampiamente comunitari, vale a dire passare da una generatività familiare ad una
generatività sociale, ossia “aver cura dei figli degli altri come se fossero i
propri figli”. In altre parole, la sfida è quella di superare la prospettiva
tendenzialmente individualistica che stenta ad interpretare dal punto di vista
relazionale/intergenerazionale i fenomeni familiari, interpretando la società
come una comunità di generazioni e ricordando che le generazioni familiari sono
anche generazioni sociali e viceversa. Questa connessione tra famiglia e società
è un’importante sfida per noi cristiani, che da sempre ci ispiriamo ad un
modello di famiglia intesa come “piccola chiesa” e che viviamo (o dovremmo
vivere) la dimensione comunitaria ed il superamento della prospettiva
individualistica come aspetti qualificanti la nostra identità e fondanti la
nostra quotidianità. Va detto che da tempo la Chiesa ha profeticamente favorito
questa dimensione sociale dei legami, incentivando l’incontro tra famiglie e
supportando il percorso affettivo soprattutto durante il fidanzamento (corsi di
preparazione al matrimonio) e la fase della famiglia con figli piccoli
(preparazione ai sacramenti di iniziazione cristiana). Oggi si tratta di
rilanciare questi strumenti con linguaggi nuovi, cogliendo queste occasioni –
spesso uniche – di incontro con persone per lo più “distanti” dalla proposta
cristiana e aiutandole a riflettere prima di tutto sul senso profondo delle
scelte familiari, spesso compiute con superficialità e facilmente soggette a
crisi, ripensamenti e fratture. Importante sarà
dunque supportare la coppia, e i genitori, anche attraverso percorsi formativi
di promozione ed arricchimento dei legami familiari, non solo all’inizio, ma
lungo tutto il loro percorso familiare, aiutandoli a rendersi consapevoli della
loro identità, dei loro obiettivi e compiti, sorreggendoli attraverso le
transizioni critiche che incontreranno e aiutandoli a vivere le prove.
Importante sarà inoltre promuovere la natura intergenerazionale e sociale dei
legami consentendo alle famiglie di uscire dalla propria autoreferenzialità. Da
qui l’urgenza di creare luoghi formativi in cui coppie, genitori e educatori
condividano i problemi, aiutandosi reciprocamente a trovare soluzioni e percorsi
originali per la crescita propria e delle nuove generazioni.
L’esperienza dell’associazionismo familiare,
il potenziamento delle reti di famiglie tra loro, e tra famiglie e altre agenzie
educative o istituzioni, fino alle realtà più schiettamente comunitarie quali le
comunità familiari e le case famiglia, rappresentano un incoraggiante segnale
dei nostri tempi in questa direzione.
3.2.2 Il Legame
nonni-nipoti
Prima di chiudere la riflessione sulle relazioni verticali, mi pare che una
particolare considerazione meriti la relazione nonni-nipoti, a sua volta
caratterizzata dagli aspetti sopradescritti, ma anche ricca di suoi significati
peculiari. È questa una relazione relativamente nuova per la nostra società: per
molti secoli i bambini non hanno conosciuto i nonni e solo negli ultimi decenni
è diventato normale non solo “conoscerli” (grazie all’allungamento della vita
media), ma anche e soprattutto avere con loro un rapporto di intimità, ben
diverso da quello più “distante” e di “timore reverenziale” di qualche
generazione fa. Oggi
la figura del nonno rappresenta una delle presenze tra le più importanti del “mondo
relazionale” dei bambini. I nonni sono coloro che
sanno trasformare in “fiaba” la storia della famiglia; sono coloro che sanno
raccontare “di quando il papà e la mamma erano bambini”, sono i custodi e i
narratori della storia familiare, coloro ai quali è affidata, anche solo
attraverso la loro presenza, la trasmissione dell’appartenenza, ossia la
possibilità, per le nuove generazioni, di essere riconosciuti e legittimati, di
sentirsi parte di una storia accedendo all’albero genealogico materno e paterno.
I nonni offrono ai bambini la prospettiva del tempo e della memoria,
rappresentano la tradizione senza la quale la speranza sarebbe utopia. I nonni
sono inoltre coloro che hanno il tempo per poter “stare” con i nipoti, per
“perdere il tempo” con e per loro. Potremmo definire il loro spazio relazionale
con l’espressione “dimensione ludica”, caratterizzata da una piena libertà di
scelta, ricca di valenze affettive e creative, svincolata da obiettivi immediati
e pratici, legata al piacere di esprimere se stessi e di vivere con gratuita
disponibilità il rapporto con l’altro. I bambini
hanno bisogno di questo tipo di relazione e
nessuno più dei nonni può offrire loro la possibilità di sperimentarla. I nonni
sono anche figure educative di sostegno ai loro figli/genitori: sanno offrire
uno sguardo più disincantato alla complessa realtà che i loro figli si trovano
ad affrontare davanti alla crescita dei propri bambini; sanno relativizzare e
sdrammatizzare, ma anche “mettere in guardia” da superficialità e semplicismi.
Certo, a volte anche questa relazione presenta i suoi rischi: ciò avviene, per
esempio, quando il nonno è “utilizzato” solo in modo funzionale e pragmatico, in
un ruolo di semplice “baby-sitter”, oppure quando la relazione tra i nonni e i
genitori del bambino è caratterizzata da conflitti irrisolti trascinati dal
passato (quando non si è attuata una corretta distinzione di coppia dalle
proprie famiglie d’origine) : in questi casi il rapporto con la nuova
generazione è utilizzato per “far pagare” al proprio genitore o al proprio
figlio, sbagli mai perdonati e si assiste ad una sorta di “sfida” tra le due
generazioni adulte, che rivendicano la loro esclusività annientando o
squalificando le capacità educativa dell’altro. Se però prevale la comprensione
tra le generazioni e se nonni e genitori hanno ben chiara la propria
insostituibile e non vicariabile funzione, allora lo spazio della relazione
nonni-nipoti assume un valore incommensurabile e rappresenta uno degli incontri
intergenerazionali più importanti per la crescita delle nuove generazioni.
4. La famiglia
come luogo di affetti, responsabilità e generatività
A conclusione di questo mio contributo, mi pare importante aggiungere un’ultima
parola su una delle frontiere più esposte alla deriva emozionalistica ed
individualistica degli affetti e nella quale è più urgente testimoniare da
“pellegrini e stranieri” la novità della speranza cristiana: la famiglia, specie
quella fondata sul sacramento del matrimonio. L’enfasi sugli aspetti emotivi a
scapito di quelli di responsabilità ha infatti effetti chiari anche sulla
concezione di famiglia, spesso ridotta a una qualsiasi relazione umana
caratterizzata da intimità e affetto. Ciò conduce ad accettare (e a promuovere)
anche soluzioni “caricaturali” della famiglia nelle quali la sola presenza di un
legame affettivo (non importa nemmeno se tra uomo e donna o tra persone dello
stesso sesso!) genererebbe di per sé una famiglia. Si teorizzano così forme di
“legame leggero” (come i PACS) che consentano di usufruire dei diritti tipici
del matrimonio, ma evitano o rifiutano di impegnarsi negli aspetti non
negoziabili della vita, come l’impegno vincolante della promessa, la funzione
generativa e sociale della relazione di coppia, il rispetto per i diritti
inalienabili delle nuove generazioni. Ben diversa per il cristiano è la
concezione di famiglia. Essa è il luogo per eccellenza degli affetti e della
stringente responsabilità, sia nei confronti del coniuge, sia dei figli, ambito
nel quale la persona impara a dare e ricevere amore. In essa si sperimenta,
prima come figli, poi come coniugi e genitori il principio dell’amore come
realtà esclusiva ed indissolubile, che porta in sé una scintilla di divinità. Il
paradosso dell’amore smisurato vissuto e sperimentato nella finitezza della
limitata vita umana è ciò che da sempre parla, a chi ama, di Dio e, tramite la
vita di chi ama , parla di Dio al mondo. Sottrarre alla vita degli affetti
questa “scintilla” di divinità è come ridurre l’uomo ad un fantoccio, come
togliergli quella prospettiva di speranza che dà senso alla sua esistenza.
È legittimo pertanto domandarsi se la crisi della famiglia e degli affetti
profondi a cui stiamo assistendo possa essere letta come una mossa rinunciataria
dell’uomo che ha smesso di scommettere sul dono che ha ricevuto di essere
immagine di Dio, rinunciando a lottare contro la sfiducia, la paura della morte
e preferendo affidare i suoi legami alla precarietà appiattita del qui ed ora e
al relativismo, piuttosto che investire in progetti grandi, alti, che parlano di
eternità e di Assoluto. L’attacco cui è sottoposta attualmente la famiglia –
istituto basilare per la stessa esistenza della società – si attua di fronte ad
una sostanziale indifferenza se non, addirittura, ad un compiacimento sociale
per la sua progressiva disgregazione. Eppure, soprattutto in una realtà come la
nostra ripiegata sull’immediato, la testimonianza della vita familiare
nell’esperienza coniugale, genitoriale, filiale e fraterna dei credenti, può
ancora veramente rappresentare un’anticipazione della Speranza incorruttibile,
che può correggere e “curare le malattie della speranza” del nostro tempo.
Occorre sottolineare come anche in questi ultimi tempi la Chiesa stia riservando
un’attenzione prioritaria alla famiglia come soggetto sociale ed ecclesiale
fondato sul matrimonio. Ripetuti sono i richiami del Santo Padre alla sua
centralità ed alla sua fondamentale funzione sociale. Occorre riaffermare
l’identità della famiglia rifiutando l’edonismo che banalizza le relazioni umane
e le svuota del suo genuino valore e della sua bellezza: promuovere i valori del
matrimonio non ostacola la gioia piena che l’uomo e la donna trovano nel loro
mutuo amore. La fede e l’etica non pretendono di soffocare l’amore, bensì di
renderlo più sano forte e realmente libero. Ricordiamo che “Cristo non toglie
nulla e dona tutto!” e questo è quanto più di vero si può sperimentare nel campo
degli affetti profondi e delle relazioni familiari.
Urgente pertanto, da parte di noi cristiani riproporre con forza anche su questo
fronte il patrimonio della cultura cristiana, che mette al centro la relazione
con l’Altro come apporto da tutti condivisibile di piena umanizzazione per la
persona e per la società: e urgente rilanciare con coraggio un pensiero “forte”
sulla famiglia, riprendendo l’accorato invito della Familiaris consortio
“Famiglia diventa ciò che sei”. Essere testimoni di speranza nella
vita affettiva e familiare è dunque sforzarsi di rigenerare le nostre relazioni
familiari nella loro più autentica e profonda valenza relazionale e simbolica; è
accettare – da pellegrini e stranieri – il rischio di dare fiducia all’altro,
nello scorrere delle transizioni che mettono alla prova i legami, ma nella
sicurezza della meta per il cui raggiungimento vale la pena impegnarsi al di là
di ogni interesse personale. È – in conclusione – lanciare una sfida al non
senso a cui sono ridotte oggi le relazioni umane, nella consapevolezza che
l’affettività non è solo una dimensione essenziale dell’umano, ma è un tratto
della relazione con il Divino, non astratto, ma incarnato. Quante volte, nei
Vangeli, Gesù svela gli affetti per la folla che lo circonda (per i bambini, per
i sofferenti) e per gli apostoli. Tra tutte spicca il rapporto tra Gesù e
Giovanni, che nella nostra tradizione iconografica è stato rappresentato
migliaia di volte appoggiato sul cuore di Cristo. Questo abbraccio, questo
appoggiarsi sul cuore (e il cuore è il simbolo degli affetti, il Sacro Cuore di
Gesù a cui è dedicata l’Università Cattolica) è un’immagine significativa per
ciascuno di noi. Ciascuno di noi è come Giovanni, che si appoggia e si abbandona
al Cuore di Gesù. Ed è nel Suo abbraccio il fondamento della nostra Speranza.
Sintesi
dell'ambito: vita affettiva
a cura di
Raffaella Iafrate
Considerazioni generali
1.
I tempi in cui viviamo sono quelli che Dio ci ha donato e in quanto dono di Dio
vanno vissuti nella dimensione della speranza.
La
Speranza da testimoniare è il vangelo dell’amore. L’enciclica di Benedetto XVI
Deus caritas est ci dice che l’amore umano si fonda sull’Amore che per
primo ci è stato donato. Da questo punto di vista è importante rendere visibile
la dimensione teologale della vita affettiva fondata sull’amore-carità. È questo
fascino del divino che traspare dall’amore umano ciò di cui ha fame e sete
l’uomo contemporaneo.
Non
possiamo non partire da questa origine per comprendere lo spazio della vita
affettiva nell’esperienza umana. Fondare la vita affettiva su Cristo morto e
risorto significa porre le premesse per una piena umanizzazione e per una
testimonianza risplendente di speranza. Tale esperienza è struttura portante
dell’esistenza umana ed è la modalità privilegiata attraverso cui le donne e gli
uomini cercano risposta alla propria domanda di felicità e di senso.
Da un
punto di vista antropologico e culturale la vita affettiva è nella sua verità
un’esperienza di relazione eticamente orientata cioè comprensiva di passione e
ragione, di attrattiva e responsabilità.
Peraltro la vita affettiva è
inevitabilmente generativa di una generatività non necessariamente biologica.
Del resto l’espressione “Dio è Padre” ricorda questa dimensione come fondativa
dell’antropologia cristiana. Attraverso la comune condizione di figli di Dio e
fratelli, nasce una nuova e più ampia parentela tra gli uomini. L’esperienza del
sentirsi generati è da riproporre come decisiva categoria antropologica:
l’esperienza della dipendenza filiale è la forma originaria dell’affettività
degna dell’umano, una dipendenza che rende capaci di libertà e che accompagna
permanentemente la vita di ogni persona costituendo la radice di ogni cammino
vocazionale.
Riflessioni sull'esperienza
2.Per
quanto riguarda la riflessione sull’esperienza, i gruppi hanno sottolineato sia
gli aspetti di rischio e fragilità, sia gli aspetti di risorsa e potenzialità
della vita affettiva.
Sul
primo versante, un primo nodo antropologico riguarda la cultura
dell’individualismo che rende l’affettività fragile perché, fuori
dall’orizzonte etico e religioso, essa è ridotta a sentimentalismo ed edonismo.
Eros e agape vanno invece posti in un dinamismo circolare.
Ricorrente è inoltre l’espressione “analfabetismo affettivo” per significare lo
stato di immaturità personale diffuso in particolare tra adolescenti, ma anche
tra giovani o adulti, in difficoltà ad assumersi impegni e responsabilità, in
particolare quando devono compiere scelte che richiamano il “per sempre”,
peraltro elemento costitutivo dell’amore. La condizione di immaturità affettiva
emerge anche nelle stesse comunità cristiane, spesso caratterizzate da relazioni
formali e che faticano a pensarsi come luoghi di relazione affettiva e di
condivisione delle responsabilità e a volte anche tra quanti aspirano alla vita
religiosa e al presbiterato.
Uno dei
volti della fragilità affettiva inoltre è il rifugiarsi nel virtuale che
interessa soprattutto le nuove generazioni e che sembra presentare più rischi
che possibilità di sana intesa comunicativa.
La
speranza nella vita affettiva è messa alla prova anche da numerose sofferenze e
dolori che vanno dalle gravi crisi o dai fallimenti delle relazioni familiari
alla solitudine degli anziani, a condizioni di povertà strutturale (precarietà
lavorativa, immigrazione ed emergenze) che paralizzano la progettualità
affettiva.
A
fronte di questi aspetti problematici della vita affettiva, si registra però un
profondo bisogno di relazioni autentiche e una volontà e desiderio di vivere
legami e amicizie significative. C’è l’esigenza ineludibile di ritrovare il
senso delle esperienze affettive che si vivono (da questo punto di vista
conforta la segnalazione di esperienze di fraternità tra famiglie e anche di
esperienze di fraternità tra sacerdoti e famiglie).
Si
tratta prima di tutto di concepire l’affettività in termini propri: dire bene
l’affettività e dirne il bene. Dentro l’affettività c’è un bene irrinunciabile
per il soggetto umano, un bene da liberare, da fare emergere, da educare. Si
tratta di un cammino da compiere per tutta la vita, che esige gradualità, ma
nello stesso tempo punta in alto, alla qualità propriamente umana e dunque
divina dell’affettività.
La
vocazione etica degli affetti non si aggiunge dall’esterno all’esperienza
affettiva, non è un insieme di divieti o di precetti moralistici, ma risponde al
“grido inesauribile del cuore” e ne costituisce l’orientamento profondo. Come è
stato detto: “prima l’antropologia, poi l’etica”.
In
questa prospettiva, la vita affettiva, anche se fragile, e proprio attraverso la
propria fragilità, rimane valore. Ciò vale in particolare per la famiglia che è
stata da molti sottolineata come luogo per eccellenza generativo di affetti:
ogni suo componente impara in essa gradualmente a vivere le relazioni negli
errori come nelle esperienze riuscite. Se “parlare la speranza” è stata
un’espressione ricorrente in plenaria, tale espressione è risultata
particolarmente significativa per questo ambito.
Approccio pastorale
integrato
3.
Sul piano degli interventi pastorali, è emersa innanzitutto l’importanza di un
compito culturale per la Chiesa. Ad essa è chiesto il servizio della verità,
decisivo di fronte all’attacco all’identità dell’uomo che nella vita affettiva
trova un punto di fragilità forte. Ci si aspetta dalla Chiesa una riflessione
“alta” che non abbassi il livello e che sappia “rendere ragione” della bellezza
dell’esperienza cristiana nella vita affettiva.
Una
proposta condivisa e prioritaria è quella di una formazione non settoriale, che
sappia cogliere tutta la persona nella varietà delle sue condizioni
esistenziali. Molto sentita è l’esigenza di una pastorale unitaria che non
divida i contesti di vita.
Pare
insufficiente occuparsi dei soli passaggi “consolidati” del percorso di
iniziazione cristiana: occorre accompagnare la vita tutta. A questo proposito va
evidenziato che in quasi tutti i gruppi sia stata sottolineata l’importanza
della direzione spirituale come accompagnamento della persona. D’altra parte è
stato anche rilevato che i sacerdoti sono anch’essi “figli del nostro tempo” e
quindi spesso poco attrezzati a rispondere a questo difficile compito.
Da
questo punto di vista l’esigenza di formazione, che è avvertita a tutti i
livelli, va concepita prima di tutto come formazione di tipo antropologico e
fruibile non solo da giovani, adulti e famiglie, ma destinata anche a
consacrati, presbiteri e seminaristi oltre che ad educatori ed operatori della
pastorale.
Particolarmente auspicabile al proposito è una maggiore valorizzazione della
presenza educativa della donna, con la sua risorsa di femminilità e di
attenzione alla vita.
Se la
famiglia è luogo privilegiato dell’esperienza affettiva, essa è e deve essere
anche soggetto centrale di vita ecclesiale e ciò richiede che ad essa sia dato
spazio e responsabilità nel rispetto di tempi, esigenze e fasi del suo ciclo di
vita.
Si è
sottolineata anche la necessità e l’urgenza che le famiglie sempre in maggior
numero si associno tra loro proponendosi come testimonianza di solidarietà
interna e sostegno reciproco e diventino erogatrici di servizi per le altre
famiglie in una reale attuazione del principio di sussidiarietà.
La
comunità ecclesiale, in particolare la Parrocchia, è chiamata essa stessa ad
essere luogo di vita affettiva: ciò significa che essa sia poco “struttura”, ma
luogo di vita, ambito aperto, comunità cristiana viva, capace di fare rete,
incarnata nel territorio, in grado di ospitare e valorizzare le diversità di
ruoli, vocazioni e carismi. In questo senso, sono da valorizzare tutti quei
luoghi e momenti capaci di mettere stabilmente in dialogo laici, religiosi e
presbiteri.
Il
dinamismo pastorale inoltre deve essere sempre più orientato in senso
missionario, per incontrare gli uomini dove vivono, amano, soffrono e lavorano.
La cura pastorale va rivolta anche alle situazioni difficili e di disordine
morale, oggi così frequenti.
Il
volto della Chiesa da proporre all’uomo d’oggi è quello di una Chiesa Madre
oltre che Maestra, capace di curare le ferite dei figli più deboli, dei
diversamente abili, delle famiglie disgregate, di camminare a fianco di ogni
persona prendendosi cura con tenerezza di ogni fragilità e capace al tempo
stesso di orientare su vie sicure i passi dell’uomo. Al proposito si è usata
l’espressione “pastorale della vicinanza” e si è proposta la metafora della
comunità cristiana come “locanda dell’accoglienza”. È importante che il
linguaggio dell’annuncio esprima il calore proveniente da relazioni affettive
profonde anche nella vita ecclesiale.