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NEL GIORNO DEI BILANCI
“MIO FIGLIO HA 18 ANNI”

E’ diventato maggiorenne. Un traguardo anche per un padre. Che esempio siamo stati per lui che ora è adulto?
Nei suoi occhi limpidi leggiamo un pizzico di quello che avremmo voluto trasmettergli?


di Luciano Moia

Nella piccola storia di ogni famiglia il compleanno dei figli rappresenta un ideale spartiacque. Due appuntamenti domestici, in particolare, rivestono un significato che va oltre la routine, quello che segna il traguardo dei primi 12 mesi e quello dei 18 anni. Tutti ricordiamo la trepidazione e la tenerezza della prima candelina spenta con molta fatica dai nostri bambini. E i pensieri che accompagnavano quel momento, il senso di soddisfazione, gli sguardi d’intesa, i sorrisi di reciproco conforto: “Fino a qui siamo arrivati, adesso andiamo avanti, vedremo cosa ci riserverà il domani”. Il primo compleanno, un traguardo straordinario, visto da lontano. La sensazione di aver superato una montagna per due genitori di fresca nomina. Ignari, a quel tempo, che propositi e interrogativi, problemi e difficoltà si sarebbero ampliati e arricchiti compleanno dopo compleanno. Ma ce ne accorgiamo pian piano, quasi senza traumi, aprendo gli occhi al domani con un ritmo che varia con l’avanzare dell’età dei nostri figli. Dapprima la tranquilla routine dell’infanzia, poi la piccola accelerazione della preadolescenza, quindi lo scatto bruciante dell’età successiva. Fino ad arrivare a un compleanno che non lascia indifferente nessun genitore, quello dei 18 anni. Lo spartiacque diventa idealmente una diga. Di qua l’infanzia, la fanciullezza, l’adolescenza. Di là l’età adulta. La parabola sembrerebbe completata. Hai accompagnato tuo figlio a diventare grande. Il percorso si direbbe concluso.
Eppure man mano che s’avvicina la scadenza scopri, in un fluttuare di sentimenti contrastanti, che tuo figlio è sì diventato “grande” per l’anagrafe, ma nel tuo cuore di padre è rimasto quel bebé che ti tendeva le mani per uscire dal lettino e poi quel fanciullo che cercava ondeggiando di reggersi sulla bicicletta a cui per la prima volta erano state tolte le rotelline. Qualche pedalata incerta, poi la caduta, tre, quattro, cinque volte, ma tu eri sempre pronto a rimetterlo in sella e ad incoraggiarlo. “Ce la farai, ce la farai”. Dopo due ore pedalava con il vento in faccia, mentre tu quasi incredulo rimanevi a fissarlo al bordo della strada, le mani protese in avanti e il volto immobile nell’atteggiamento di chi teme da un momento all’altro un evento irreparabile. “No papà, non ho più bisogno che tu mi regga, faccio da solo”. Eccole, le parole magiche, desiderate eppure temute da ogni padre, “faccio da solo”. Sì, arriva un momento in cui i figli possono e devono “fare da soli”.
Ma all’approssimarsi del diciottesimo compleanno sembra improvvisamente che non ci sia più nulla che un padre possa mettere in campo per impedire che quel “fare da solo” del figlio, ora anche legalmente adulto, si traduca in un’esperienza negativa, in una caduta rovinosa, in una circostanza incontrollabile. E il dilemma si profila preoccupante, in tutto il suo significato di prospettive. Come dare un passo diverso alla responsabilità? Come stare accanto a un figlio diventato grande senza alleggerire di un grammo l’attenzione, senza distogliere di un centimetro lo sguardo, senza rendere meno calda la premura, meno sollecita la presenza, meno sensibile la vicinanza? Come imprimere alla paternità uno stile adeguato alla novità esplosiva dei 18 anni di tuo figlio?
Se fosse semplice basterebbe mostrare coerenza, continuare in silenzio sulla linea tracciata, tentare di non porre in contraddizione gesti, esempi e parole. Nulla come la verbosità inconcludente che non trova rispondenza nei comportamenti personali di un padre delude un ragazzo che si affaccia alla vita adulta con tutto il suo carico di progetti importanti e di idealità limpida e senza compromessi. Ecco perché il compleanno dei 18 anni di un figlio rappresenta, anche per i genitori, il primo grande banco di prova, la prima coinvolgente verifica della semina realizzata giorno dopo giorno negli anni precedenti. Quella data è un passaggio ideale per scoprire se il bilancio interiore fa registrare almeno un lieve attivo. Sarebbe già un successo capace di rasserenare il cuore scoprire che esiste anche un piccolo, piccolissimo punto di vantaggio tra quanto concretamente fatto, donato, detto, e quanto sarebbe stato opportuno fare, ma ci è stato impedito da scelte di vita, da mancanza di tempo, da un coraggio talvolta venuto meno, da situazioni a cui ci siamo arresi senza combattere, dagli impegni, dal lavoro, ma anche da tutte le piccole o grandi omissioni a cui non abbiamo saputo o voluto rimediare. La vita, come l’educazione, non è mai un percorso lineare.
Certo, a 18 anni un ragazzo è in grado di capire abbastanza di quanto c’è davvero nell’anima di un padre, è in grado di leggerne in modo abbastanza nitido speranze e sofferenze, attese e delusioni, fatiche e soddisfazioni. Non serve fingere. Non serve mai, tanto meno di fronte a un ragazzo diventato uomo che ora, guardandoci negli occhi, ci fa sentire dentro, come in un gioco di specchi, quanto il nostro modo di essere adulti è per lui riferimento importante, esempio che conta, traccia di un percorso da non dimenticare. Quando un genitore avverte che un raggio di queste sensazioni scende a riscaldargli il cuore, vuol dire che quel compleanno è diventato anche per lui una festa straordinaria, la più bella, la più commovente, la più ambita.