Portiamo i figli con noi nei cimiteri, il 2 novembre,
sciogliamone l’aura di freddo e paura: la Commemorazione dei
defunti sia il giorno della memoria
di Marina Corradi
NeI giorno dei morti di molti anni fa. Una giornata di sole
ancora tiepida al Cimitero Monumentale, a Milano. Ero andata a
portare dei fiori sulla tomba di mia sorella. Con quella stretta
al cuore, lo confesso, che mi prendeva nelle gallerie del
Monumentale, nella penombra in cui si allineano migliaia di
loculi. Col tacito pensiero, come una viscerale ribellione:
niente, di ciò che era mia sorella, può essere sotto a queste
pietre. Però per la prima volta portavo con me, per quelle
scale, mio figlio di tre anni. Un mazzo di rose in una mano, e
nell’altra la sua mano di bambino, che mi confortava.
Uscendo, per i viali del Monumentale maestosi di monumenti
funerari e tombe di nobili famiglie, mio figlio correva qui e
là, si guardava attorno curioso, ritornava da me. Mai aveva
visto un cimitero. Chi sono, mi chiese, quei signori nelle foto?
“Sono - risposi - persone vissute tanto tempo fa, come i nonni
dei tuoi nonni. Ora, qui sotto, dormono”. (Era così piccolo, che
non avevo il coraggio di parlargli della morte. Anche per via di
quel mio tacito dubbio, o ribellione: cosa c’è, sotto a queste
pietre, di mia sorella?). Mio figlio continuò a correre fra le
aiuole e le croci, andando e tornando da me. Poi, come colto da
un improvviso pensiero, si fermò e mi chiese: “Ma, se dormono,
quando si svegliano?”. Come fosse ovvio, per un bambino, che
nessun sonno è per sempre. Come fosse chiaro che tutti quei
signori addormentati lì sotto non sarebbero rimasti eternamente
in quel buio. Presi in braccio mio figlio, me lo strinsi
addosso: grata, perché in quel giorno dei morti mi aveva
spiegato lui, coi suoi tre anni, che nessuna morte è per sempre.
Certo, tanti non hanno bisogno di questa memoria. Sanno già.
Hanno avuto nonni e padri e madri che senza parole, come in una
quotidiana consuetudine, hanno insegnato loro a non aver paura
della apparenza della morte che ci si para davanti nei cimiteri.
A non fermarsi raggelati da quelle lapidi, da quel silenzio. Ci
sono ancora nonni e padri e madri che quasi ogni domenica
passano a portare un fiore sulla tomba di famiglia; così come si
va a trovare i parenti, alla domenica si va dai propri morti.
Qualcuno anzi davanti a quelle tombe parla fra sé con quelli che
ama. In un dialogo semplice che la morte non ha spezzato; nella
certezza che c’è un destino buono che ci attende, dopo.
Davanti ai cancelli dei cimiteri, in questi giorni, c’è tanta
gente. Una processione, un pellegrinaggio. E’ forte ancora in
Italia l’affezione ai propri morti. Mi chiedo però quanto passi,
di questa affezione, ai figli. Perché c’è un abisso fra le feste
di Halloween che usano fra i ragazzi oggi, e quel culto
cristiano dei morti. Due sguardi agli antipodi: la morte pagana,
tenebre affollate di spaventevoli spettri, e quella cristiana:
nel dolore, la certezza della resurrezione in Cristo.
Portiamoli con noi i figli, il due di novembre, sciogliamo
l’aura di freddo e di paura che si associa istintivamente ai
cimiteri, in questa antica certezza ereditata: nessuna morte è
per sempre. L’oltretomba non è abisso senza ritorno, luogo di
fantasmi e di nulla, da esorcizzare in un carnevale falsamente
allegro. (Le fondamenta della nostra fede: se Cristo non fosse
risorto dai morti, dice san Paolo, noi cristiani saremmo i più
infelici fra gli uomini).
Che il due di novembre sia un giorno di memoria ereditata e
trasmessa. Dai padri ai figli. Se non magari, in un amoroso
rovesciamento, come in quello scambio con mio figlio bambino, al
Monumentale, tanti anni fa: “Mamma, dormono? E quando si
svegliano?”.