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EMERGENZA EDUCATIVA
RIPARTIAMO DA… NOI
 

I genitori primi protagonisti della crescita dei figli, ma con quali strumenti e sostegni?

 Un’autocritica che investe tutta la società
 

 di Luciano Moia

Sfida educativa, emergenza educativa, allarme educativo. Tutto vero. Ma queste parole che sempre più spesso rimbalzano nel cuore delle nostre case, accompagnate da analisi mediatiche più o meno approfondite, ci mettono addosso un po’ di inquietudine. Sono interventi quasi sempre condivisibili che però, mentre mettono in luce l’ampiezza e la drammaticità del fenomeno, aprono anche profondi squarci di preoccupazione e laceranti interrogativi. Non c’è genitore che, sentendo evocare la dilagante emergenza educativa, non corra subito con il pensiero ai propri figli e non cominci a chiedersi: «Anch’io avrò sbagliato? Come correre ai ripari? è possibile cambiare qualcosa? Cosa significa che la famiglia è sempre più incapace di educare?».

Domande angoscianti soprattutto perché, a fronte di un’inevitabile insistenza sulla gravità della situazione e di un’altrettanto ricorrente tendenza a dipanare con generosità di particolari e di circostanze i tanti episodi di bullismo, teppismo e maleducazione ordinaria e straordinaria che la cronaca quotidianamente ci propone, non c’è altrettanta attenzione nell’indicare ipotesi di risoluzione o almeno percorsi per possibili interventi correttivi.

E allora mettiamoci dalla "nostra parte", cioè quella dei genitori, per tentare di capire cosa significhi oggi, concretamente, affrontare in modo efficace l’emergenza educativa. Innanzi tutto c’è un atteggiamento di fondo a cui tendere che potremmo sintetizzare così: abbiamo davvero verificato, come genitori, le nostre capacità e, soprattutto, la nostra disponibilità ad andare controcorrente? Cioè la nostra reale intenzione di spenderci per proporre ai figli modelli che sappiano andare oltre la cultura dominante del possedere, dell’apparire e del vincere sempre e a ogni costo? Siamo cioè pronti, non solo con le parole ma anche con i gesti concreti, a mettere in atto comportamenti alternativi e virtuosi non soltanto per le grandi scelte di fondo, ma anche per i piccoli gesti quotidiani del vestire, mangiare, acquistare, viaggiare, guardare la tv, andare in vacanza?

Difficile certo, muoversi sempre sui binari della coerenza, ma non impossibile, quando i genitori prendono consapevolezza di queste difficoltà e hanno la voglia e il coraggio, insieme, di mettersi in gioco. Insieme vuol dire che marito e moglie devono far sentire ai figli, con la forza delle azioni concrete, che entrambi pensano e agiscono con lo stesso obiettivo. Che famiglia significa prima di tutto benessere della coppia e dei figli. Un benessere che sappia anche, quando le circostanze della vita lo impongono, non venire meno al proprio impegno di genitori nonostante la separazione.

Quando mancano queste premesse si lascia spazio al disagio e si apre la strada a quella molteplicità di situazioni difficili che abbiamo imparato a sintetizzare con il termine un po’ abusato di emergenza educativa.

Spesso ci si chiede, lasciando a chi ascolta  l’impressione di brancolare nel vuoto, cosa ci sia dietro il comportamento di un ragazzo in difficoltà, un po’ “bullo”, un po’ teppista o forse solo un po’ problematico? La prima risposta è facile. Innanzi tutto ci sono due genitori. E questi genitori rimangono papà e mamma anche se, per i motivi più diversi, non formano più una coppia. Ma non per questo i legami familiari devono diventare deboli, sfilacciati, impoveriti. Altrimenti il risultato dell’azione educativa non potrà essere del tutto convincente. Perché l’una e l’altra cosa – alleanza familiare ed efficacia genitoriale – viaggiano sugli stessi binari.

Un’alleanza familiare, per essere forte, convinta, motivata, dev’essere alimentata giorno dopo giorno da tutto quel corollario di azioni e di attenzioni che costruiscono buoni rapporti. Se questa alleanza funziona, saprà anche tradursi agli occhi dei figli in una proposta di vita convincente. In caso contrario sarà inutile levare lamenti e strapparsi le vesti di fronte alla sempre più devastante emergenza educativa. Per la famiglia non ci sono surrogati. Anche avessimo la società più accogliente, le scuole più efficienti, gli insegnanti più preparati e gli oratori più attrezzati, l’emergenza educativa non si potrà risolvere se non puntando sui genitori. Quindi, finché si è in tempo, da quel padre e da quella madre occorre ripartire. Da come sono cresciuti, da come si sono formati, da come sono andati costruendo nel tempo le proprie convinzioni. Quale sostegno hanno avuto dalle istituzioni pubbliche e dalle realtà ecclesiali per svolgere al meglio i propri compiti? Da quale clima culturale sono stati accompagnati? Quali e quante sollecitazioni negative hanno dovuto respingere – spesso senza nessun sostegno sociale –  per continuare a credere nell’amore che cresce, costruisce, spera, educa, testimonia? Se non si riuscirà a dare risposte convincenti e concrete a questi problemi, sarà difficile guarire alle radici un virus come quello.