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AVVENTURA-FAMIGLIA
La Conferenza di Milano ha
consegnato al Paese un Piano di politiche familiari. Ma i
provvedimenti, da soli, non sono sufficienti per promuovere la
“buona salute” della famiglia di Luciano Moia Politiche familiari e dimensione etica della famiglia. Sembrano due problemi lontanissimi, eppure sono strettamente legati. Anzi sono due versanti della stessa realtà. Senza politiche familiari adeguate la famiglia arranca, sbanda, entra in asfissia. Se si fa indistinto il suo profilo etico, se non la si aiuta a preservare e a ricomporre in armonia ogni volta che è necessario il suo mosaico di valori e di affetti, la famiglia si disgrega, perde il senso della sua stessa esistenza. Si è fatto un gran parlare in queste settimane di politiche familiari, un po’ meno di quell’emergenza educativa che in famiglia coinvolge sempre più spesso tutte le relazioni, quelle verticali (tra genitori e figli) e quelle orizzontali (all’interno della coppia). Vediamo di fare il punto. La Conferenza nazionale organizzata a Milano dal Governo dall’8 al 10 novembre ha avuto il merito di rimettere al centro del dibattito politico e culturale quella cittadinanza sociale della famiglia per cui le associazioni riunite nel Forum stanno combattendo ormai da due decenni. Esperti, docenti universitari, operatori di consultori, amministratori, esponenti di associazioni hanno declinato da molteplici punti di vista la necessità di trasformare la famiglia da oggetto di interventi assistenziali – come nella maggior parte dei casi avvenuto finora - in soggetto di politiche specifiche, pensate e costruite anche grazie a quella risorsa primaria rappresenta dalle famiglie stesse. Tutto giusto. Ma allora l’appuntamento milanese è stato solo l’occasione per ribadire una serie di auspici e di belle teorie? No, il passaggio verso una possibile concretezza è arrivato grazie alla messa a punto di una versione “quasi definitiva” del Piano nazionale, quello strumento organico di ampio respiro in cui dovrebbero convergere tutti i provvedimenti destinati a promuovere il protagonismo della famiglia. Come ha spiegato il sottosegretario Carlo Giovanardi, responsabile del Dipartimento per la famiglia e coraggioso (visti i tempi di vacche magre e quasi scheletriche) organizzatore della Conferenza milanese, ora il documento arriverà sul tavolo del Consiglio dei ministri e poi sarà sottoposto alle parti sociali. Difficile prevedere i tempi dell’auspicata approvazione definitiva, in un contesto politico reso agitato da burrasche che rischiano di far naufragare la stessa legislatura. Comunque sia, un importante passo in avanti è stato compiuto. Ora sappiamo di poter disporre di uno strumento in cui sono state condensate le migliori premesse per estendere su scala nazionale quelle politiche familiari di cui già esistono numerosi e confortanti esempi a livello locale. Messo a punto dall’Osservatorio nazionale per la famiglia diretto da Pierpaolo Donati, e poi arricchito, ampliato, reso più organico dalle proposte e dalle osservazioni di esperti e associazioni durante la tre giorni di Milano, il Piano è pronto per decollare. D’ora un poi sarà opportuno vigilare sul suo percorso per vedere chi – chiamato adesso o in futuro al governo del Paese – lo sosterrà concretamente e chi, al contrario, tenterà di accantonarlo o di dimenticarsene. Ma basta un Piano, per quanto puntuale e aggiornato, per risolvere d’incanto tutti i problemi della famiglia? Torniamo al discorso iniziale. Le politiche familiari sono strumenti essenziali per dare sostegno, agevolare e accompagnare la vita quotidiana di genitori e figli ma, per funzionare, devono esistere famiglie in grado di vivere e interpretare quelle politiche. Piccole comunità che – come hanno opportunamente fatto notare la psicologa Eugenia Scabini e altri esperti durante la Conferenza – siano in grado di ritrovare il senso profondo del fare e dell’essere famiglia. Non basterebbero, infatti, provvedimenti, iniziative e persino misure fiscali per dare vera e completa risposta alla crisi che oggi attanaglia troppi nuclei familiari e che non dipende solo dalla precarietà economica. C’è un versante etico, una precarietà di valori e di motivazioni profonde che rende anche la vita delle famiglie impregnata di provvisorietà e di incertezza. Problemi enormi, come quello che condensiamo nell’immagine dell’emergenza educativa o quello dell’apparentemente inarrestabile crescita di separazioni e divorzi, che possono essere affrontati assai meglio in clima reso amico da provvedimenti legislativi, agevolazioni tariffarie o bonus di vario tipo, ma che non si risolvono solo su questo piano. Qui entrano in gioco valori, cultura, educazione. Non è un discorso fondato soltanto su argomentazioni psicopedagogiche. Basta dare uno sguardo a quello che è avvenuto nel resto dell’Europa. In Francia e Germania, per esempio, esistono da tempo politiche familiari oculate. Sono stati adottati aiuti importanti per favorire la natalità e, in entrambi i Paesi, c’è un sistema fiscale che è una sorta di via di mezzo tra il quoziente familiare e quel “Fattore famiglia” delineato dal Forum e accolto nel Piano approvato dalla Conferenza milanese. In Francia, dove la natalità è effettivamente aumentata, la maggior parte delle nascite avviene fuori dal matrimonio. Ma custodire e accompagnare il dono meraviglioso della vita diventa più difficile se la maggior parte delle famiglie è costituita da donne sole con bambini. Senza il sostegno del padre, la madre è costretta a raddoppiare gli sforzi per impedire che il fronte della precarietà, della povertà, delle difficoltà educative e dell’incertezza relazionale diventi ingestibile. Se un genitore è solo, per esempio, conciliare famiglia e lavoro si trasforma in ipotesi quasi impercorribile. In Germania non si è verificato neppure questo. La natalità rimane su indici appena superiori ai nostri, mentre divorzi e separazioni continuano la loro galoppante avanzata. Insomma, le politiche più oculate e più favorevoli rischiano di rimanere ben fatte scatole vuote se, allo stesso tempo, non si riuscirà ad avviare quel processo educativo su larga scala che non è più possibile procrastinare. E qui si apre un altro, gigantesco problema. A chi tocca? Se è vero che la “buona salute” delle famiglie non è una preoccupazione confessionale, ma dovrebbe interessare tutti, a cominciare dalle realtà istituzionali, sembrerebbe giusto auspicare un coinvolgimento del pubblico in quelle attività formative rivolte alle coppie e ai genitori a cui finora hanno provveduto quasi esclusivamente le comunità cristiane. Ma con quali strutture e con quali competenze si potrebbe ipotizzare un coinvolgimento, o almeno una collaborazione, da parte delle strutture pubbliche? Questioni aperte, insomma, e di soluzione tutt’altro che agevole. Ma occorrerà pensarci seriamente, se davvero si è convinti che non basti un timbro e una legge per affermare che è stato fatto tutto il possibile per promuovere e sostenere la complessa, straordinaria, insostituibile avventura-famiglia.
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