di Luciano Moia
Granelli di polvere che si depositano sulla storia di un
matrimonio e che, parola dopo parola, gesto dopo gesto, possono
diventare macerie. E poi trasformarsi in barricate di spazzatura
psicologica da incomprensione, in cumuli di rifiuti generati
dalla polvere dell’indifferenza reciproca in cui allignano la
presunzione delle proprie ragioni e l’incapacità di attribuire
priorità a ciò che veramente conta. Quando i muri crescono a tal
punto da impedire di comprendere le posizioni dell’altro e di
ascoltare la voce della sua sofferenza, è facile rassegnarsi ad
alzare bandiera bianca. E allora, nella nebbia di una confusione
esistenziale in cui appare sempre più difficile distinguere
realtà ed emozione e in cui il futuro sembra perdere qualsiasi
motivo di entusiasmo, risuonano parole vecchie, spesso false e
incapaci di riflettere autenticamente la realtà. Parole che
rischiano innanzi tutto di spegnere le speranze: «Non ce la
facciamo più, non ci comprendiamo più, come sembriamo
improvvisamente distanti, non abbiamo più nulla da dirci. Forse
è meglio che ciascuno vada per la propria strada». E’ lunga la
lista di chi in questi ultimi anni si è arreso. Quelli delle
statistiche non sono più numeri ipotetici ma chiodi dolorosi
piantati nel cuore di tanti di noi che ogni giorno lavoriamo
fianco a fianco, che ci incontriamo uscendo di casa, che
ascoltiamo quell’amico che ci racconta con l’emozione che lo
soffoca, di come la moglie ormai lontana inventi di volta in
volta le scuse più assurde per impedirgli di sentire al telefono
i figli. E di come l’avvocato gli spieghi che no, non c’è niente
da fare, se non tornare dal giudice per denunciare il mancato
rispetto dell’accordo di affidamento congiunto. Ma che lui
questa strada non intende proprio percorrerla, perché non vuole
aggiungere il dolore e l’imbarazzo di nuova, invasiva burocrazia
a quella, infinita, già sopportata. Sono già stati troppi,
spiega, i giorni di attesa, di sofferenza, di timore, di
incertezza che abbiamo vissuto per preventivarne di nuovi. Parla
ancora al plurale, forse senza rendersene conto, perché al di là
delle piccole, atroci vendette che lui e la moglie si scambiano
nel segno di un’incomprensione resa più amara dalla distanza,
dalle accuse reciproche e dalla gravità dei gesti consumati, il
ricordo di tutto quanto vissuto insieme è ancora ben presente.
Ma è un amore lacerato e ferito, disperso lungo una strada in
cui nel frattempo si sono inseriti tanti altri ostacoli, tanti
altri motivi di difficoltà e di tensione. Secondo quella logica
di conflittualità permanente che sembra la cifra delirante dei
nostri giorni. L’astio, la litigiosità, il contrasto duro e
anche intollerante come prassi ordinaria nei rapporti umani, sul
lavoro, al volante, nelle code agli sportelli. Anche l’amore, o
ciò che ne resta dopo una separazione, non sfugge a questa
logica perversa. «Vorremmo parlarci, spiegarci, ma da soli non
ce la facciamo». No, nessuno o quasi, nell’arcipelago magmatico
di una separazione, possiede calma e lucidità per riannodare da
solo i fili di una storia che si sono attorcigliati in modo
inestricabile intorno al dolore e all’incomprensione. Serve
quasi sempre un aiuto “professionale” come quello della
mediazione familiare, una figura preparata e accogliente a cui
marito e moglie si possano rivolgere con fiducia per fare
chiarezza in un rapporto di separazione in cui tutto appare
schizofrenico. Il mediatore non punta a ricucire una storia che
si è lacerata forse in modo definitivo, ma aiuta a comprendere
come continuare a rispettarsi e a “collaborare”, soprattutto per
il bene dei figli, in una situazione in cui ogni parola, ogni
gesto, rischia di diventare un’occasione per rinnovare i
contrasti, per rispolverare colpe e accuse. Sotto la guida
dell’esperto i coniugi separati imparano a comprendere che la
guerra permanente è solo nuova, dilaniante sofferenza, che va ad
aggiungersi a quella già vissuta e che tante macerie ha lasciato
nei cuori e nella vita di entrambi. E che serve invece ritrovare
le ragioni di un accordo condiviso, in cui rimettere in fila le
buone prassi di una quotidianità accettabile – seppure a
distanza – capace di asportare pian piano, nel segno del
rispetto reciproco, le incrostazioni lasciate da lunghi giorni,
o mesi o anni, di silenzi e di rancore. Non è un percorso
facile. Riscoprirsi compagni di strada ma su percorsi paralleli,
trovare un nuovo equilibrio dopo la burrasca della separazione,
non è mai un esito scontato. Può darsi che le presenze che nel
frattempo si sono inserite nella vita di ciascuno non agevolino
il percorso. Ma non è da escludere neppure che i costi possano
rappresentare un ostacolo insormontabile. Non tutti sono
disposti a spendere 100 o 150 euro per una seduta dal mediatore
familiare. E per tante coppie la cifra può comunque apparire
proibitiva, anche considerando che servono almeno 8-10 incontri
per avere qualche possibilità di successo. Alcune tra le
proposte di legge depositate in Parlamento puntano, tra l’altro,
a rendere obbligatorio il momento della mediazione in ogni
percorso di separazione e quindi a trasferirne i costi a carico
del pubblico. Può essere un tentativo opportuno. In ogni caso
tutto quello che si può mettere in campo per alleggerire la
sofferenza di chi vive sulla propria pelle il dolore bruciante
della disgregazione familiare è comunque degno di attenzione. A
patto che la mediazione “professionale” non diventi un alibi per
allentare la già debole rete di solidarietà che le comunità,
talvolta con fin troppe cautele, stanno tentando di costruire
per sostenere ed accompagnare le coppie in difficoltà.