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Questo matrimonio è una nullità

Aumentano le cause nei Tribunali ecclesiastici regionali: tra i motivi, l'esclusione dei figli e della fedeltà.

 La Chiesa si interroga: migliorare la formazione dei fidanzati

 

Riproduzione  parziale dal n. 123 di "Noi, genitori & figli" del 26/10/08

di Antonella Mariani

Scordate avvocati e giudici in toga, il pubblico solennemente in piedi prima della sentenza; scordate anche le gabbie per gli imputati, gli stanzoni gremiti di spettatori e gli uffici dei magistrati ingombri di faldoni. Niente di tutto questo: in un Tribunale ecclesiastico non si trovano aule ma uffici lindi e ordinati e soprattutto c'è concentrazione, riservatezza, pur nel via vai di giudici, avvocati, testimoni. Qui gli interrogatori si fanno in modo discreto e riservato, ascoltando le persone una a una. In piazza Fontana a Milano, al quarto piano di un'ala della Curia si trovano gli uffici del Tribunale ecclesiastico regionale della Lombardia. Può capitare che di qui passino calciatori e attrici, ma la quasi totalità dei processi riguarda persone comuni. E comunque qui dentro non fa differenza: a tutti vengono garantiti riservatezza, attenzione e rispetto. Sulla massiccia scrivania di legno intarsiato di uno dei vicari aggiunti del Tribunale, il giudice don Luigi Barolo, è sistemato un cartoncino che ogni persona legge prima degli interrogatori: «Giuro dinanzi a Dio onnipotente che dirò tutta la verità, la pura verità e tutta la verità. Così Dio mi aiuta». La verità, in questi Tribunali della Chiesa, riguarda fatti relativi al matrimonio: mariti (o mogli) che pur non volendo figli hanno ugualmente detto "sì" davanti all'altare. O coniugi per i quali la promessa di fedeltà era solo una bugia. Oppure che hanno fatto il "gran passo" perché costretti da pressioni e condizionamenti... «La verità a cui i giudici come don Barolo cercano di arrivare è appunto quella sul matrimonio: aveva i requisiti per essere valido? O piuttosto il sacramento è nullo e dunque come se non fosse mai esistito seppure l'esperienza umana che ne è derivata, in quanto vissuta, non possa essere cancellata da nessuno? Ricerca difficile, lunga, spesso dolorosa per le parti che devono scavare dentro di sé, impegnativa per i giudici che devono infine decidere se dichiarare nullo un matrimonio, dopo aver esaminato tutti gli atti, letto le osservazioni degli avvocati, valutato le ragioni del "difensore del vincolo", il "pubblico ministero'' che mette in evidenza i punti della causa a sostegno della validità del matrimonio.

Eppure le cause di nullità matrimoniale aumentano ogni anno: nel 2007 nei 19 Tribunali ecclesiastici regionali esistenti in Italia ne sono state avviate 3.204, ben 127 più del 2006. Ma ancor di più dovunque aumentano le richieste di consulenza alle strutture diocesane. Mariti o mogli che hanno vissuto un fallimento e, che, al termine di un cammino spirituale o psicologico o comunque interiore, vogliono verificare se il loro matrimonio sia stato o meno valido per la Chiesa. Ciò non esclude che la relazione umana, vissuta per anni con il coniuge, da cui magari sono nati dei figli, non possa e non debba essere dimenticata. «Sì, aumentano le richieste di verifica perché oggi il processo di nullità è più conosciuto che in passato. E poi perché le separazioni e i divorzi sono in crescita dovunque e perciò anche tra le persone religiose. Sono loro che sempre più spesso avvertono il bisogno di interrogarsi davanti alla Chiesa sulla validità del proprio matrimonio», conferma don Eugenio Zanetti, uno dei patroni stabili al Tribunale ecclesiastico della Lombardia (una sorta di avvocato pubblico, che offre in via preliminare consulenza gratuita alle parti e poi può assumere il patrocinio della causa, dando la precedenza alle persone che abbiano difficoltà di carattere economico e di altra natura, ad esempio psicologica o morale).

Non c'è da sorprendersi allora che talvolta la consulenza e poi il processo richiedano tempi lunghi, oltre i limiti massimi prescritti di un anno in prima istanza e sei mesi in seconda. Non sono tempi biblici, come talvolta si sente dire, e non dovunque accade (non, ad esempio, al Tribunale ecclesiastico della Lombardia) ma certamente affrontare un processo di nullità richiede una buona dose di pazienza. Tra i motivi delle lungaggini c'è anche il fatto che i giudici del Tribunali ecclesiastici sono principalmente sacerdoti e la crisi delle vocazioni fa sì che gli incarichi in capo alla stessa persona si moltiplichino. Don Bassiano Ugge, aiutante di studio dell'Ufficio Cei per i problemi giuridici, a malincuore conferma: accade che «gli operatori dei Tribunali ecclesiastici siano insufficienti per numero, oppure siano impegnati anche in altri compiti ministeriali, cosi da non potersi dedicare come converrebbe all'attività giudiziaria, con evidente detrimento per il bene delle anime».

Ma, tempistica a parte, quali sono i motivi che spingono a voler verificare la validità del proprio matrimonio? Le oltre mille consulenze e le decine di cause seguite in 20 anni di esperienza suggeriscono a don Zanetti una "diagnosi" precisa: sono in aumento — perlomeno in Lombardia — le fragilità psicologiche del marito o della moglie tali da compromettere le capacità essenziali per affrontare una scelta matrimoniale: ci si sposa già con l'idea di non avere figli, oppure con un concetto vago di fedeltà, oppure ancora con la riserva mentale che se poi le cose non funzionano, c'è sempre la separazione... «Nella mia attività di consulente per le parti, qui in Tribunale — spiega don Zanetti — vedo che le fragilità psicologiche aumentano. E insieme cresce l'immaturità degli sposi, la non conoscenza di sé stessi e del partner, la mancanza di consapevolezza su cos'è un matrimonio cristiano. Ma ovviamente queste fragilità non sempre ci consentono di introdurre una causa di nullità».

Un matrimonio costruito sulla sabbia non è sempre un matrimonio nullo, e la maggior parte delle richieste di consulenza al Tribunale finiscono con un parere negativo, cioè non si procede con la causa. Anche per questo le cause di nullità nei Tribunali ecclesiastici aumentano sì, ma non certo ai ritmi vorticosi delle separazioni. E anche per questo, sottolinea don Zanetti, non bisogna vedere in esse l'unica soluzione pastorale per risolvere i problemi delle persone separate, divorziate o risposate.

L'invito, a questo punto, è per i parroci, perché intensifichino la preparazione delle giovani coppie. «A chi si prepara a sposarsi in chiesa bisogna dire — sostiene don Zanetti - che è rischioso rimandare a dopo le nozze di conoscere il pensiero dell'altro su temi essenziali come la procreazione o l'indissolubilità del vincolo». Infine, nel momento decisivo in cui fanno il cosiddetto "esame dei fidanzati", i sacerdoti dovrebbero essere in grado di capire se chi intende sposarsi abbia riserve mentali o altre condizioni che renderebbero nullo alla radice il futuro matrimonio. Questa sensibilità in certi casi risparmierebbe molte sofferenze agli sposi. E farebbe lavorare di meno i giudici dei Tribunali ecclesiastici. ♦