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IN FRANCIA CULLE PIENE
MA FAMIGLIE IN PEZZI

 

Il boom demografico d’Oltralpe guidato dalle coppie ricomposte che decidono di avere altri figli. Davvero non ci sono strade per rilanciare la natalità sostenendo il matrimonio?

di Luciano Moia

Ecco, il solito peana laicista a favore di separazioni e divorzi, la solita statistica addomesticata per affermare che il matrimonio "normale" tra uomo e donna è ormai un reperto di archeologia sociale, mentre il futuro della famiglia sarà soprattutto popolato da coppie ricomposte e rimescolate, allargate e riadattate, riaperte e disposte alla replica – e anche alla replica della replica – senza né remore né preclusioni.
Sarà stata più o meno questa la prima reazione di molti lettori scorrendo, il mese scorso, la notizia diffusa dall'Ined, l'Ente nazionale francese di studi demografici – un po’ il nostro Istat – secondo cui per le coppie risposate raddoppia la possibilità di avere figli. Un capitolo del rapporto spiega che, per una persona di 35 anni al secondo matrimonio, anche se ha già uno o due figli dalla prima unione, le probabilità di avere un bambino sono 2,5 volte superiori rispetto a quelle di un’altra persona nelle stesse condizioni che però è rimasta al primo matrimonio. In sostanza i nuovi partner, lasciatisi alle spalle un rapporto che evidentemente faceva acqua da tutte le parti, hanno imboccato una nuova avventura che offre loro più del doppio delle possibilità di avere altri figli rispetto a una coppia di pari età che invece ha scelto la strada della perseveranza e della fedeltà.
A completare il quadro ci sono le statistiche legate alle nascite, dove si scopre che in Francia quelle fuori dal
matrimonio sono oltre il 50 per cento, quelle che si sono verificate dopo il secondo matrimonio del padre hanno superato il 22 per cento e per quelle del secondo matrimonio della madre siamo al 17 per cento. Numeri che sembrerebbero configurare una situazione confusa, segnata dalla predominanza di una famiglia in cui i tradizionali confini appaiono dilatati e incerti. D’altro canto le stesse statistiche ci dicono anche, con la forza incontrovertibile dei numeri, che la Francia è al primo posto in Europa per tasso di natalità – mentre l'Italia è all’ultimo con la Grecia – e che negli ultimi dieci anni l’indice ha fatto registrare una costante ascesa. Da noi invece, dopo un illusorio “zero virgola” in più negli scorsi anni, determinato soprattutto dalla presenza degli immigrati, l’ultimo rilievo statistico è tornato a fotografare una desolante stagnazione, che comincia a diventare arretramento, con tutte le conseguenze sociali e culturali più volte evidenziate. «Attenzione – avvertono gli esperti – tra qualche anno non basteranno più neppure gli immigrati per compensare il saldo passivo tra nascite e decessi». Un rischio che non può non interrogare tutti coloro che hanno a cuore il destino del nostro Paese perché, come è stato più volte ribadito anche da queste colonne e da quelle del nostro quotidiano, una società che non offre più stimoli culturali e condizioni sociali per mettere al mondo un bambino è una società che si autocondanna ad essere più povera, grigia, inerte, perché senza speranza di rinnovamento e di futuro.
Ma – ecco la domanda decisiva – per invertire la rotta dobbiamo rassegnarci, come in Francia, a proclamare lo slogan «se vuoi un figlio cambia partner»? Sarebbe facile replicare indicando tra i motivi autentici del boom demografico francese oculate politiche familiari, iniziative puntuali per aiutare le coppie con bambini piccoli, asili nido diffusi e ben funzionanti in ogni area del Paese, in grado di rendere meno pesanti i compiti delle madri lavoratrici e un Welfare generalmente amico della famiglia con figli. Tutto vero, anche se non sarebbe corretto nascondere il fatto che il baby boom si è verificato – e non mostra segnali di stasi – proprio in un Paese come la Francia dove il 45% dei matrimoni, quasi uno su due, finisce in divorzio. Ma, dopo il divorzio e il nuovo matrimonio, ecco che la voglia di fare figli raddoppia e produce un numero di nuove nascite straordinario, soprattutto al cospetto delle nostre asfittiche statistiche nazionali. E quindi? Sarebbe facile concludere che, di fronte al bene supremo della vita, la limitata durata del matrimonio potrebbe apparire male minore, ma non sarebbe corretto, perché – al di là del significato più profondo del sacramento e della sua indissolubilità – dovremmo fingere di ignorare tutte le inevitabili sofferenze connesse al fallimento di ogni storia matrimoniale. E nessuno può dire se e quanto una possibile nuova vita in più valga il cumulo di dolore, di delusioni, di fallimenti interiori – per la coppia e per i figli – determinati da un’unione che si spezza e dalle conseguenze talvolta tragiche di queste disgregazioni. Non solo perché ogni generalizzazione rischia di apparire inopportuna, ma anche perché non è lecito teorizzare quello che è obiettivamente un male – la fine di un matrimonio – in vista di un bene solo possibile. Al di là di questi punti fermi, il caso francese non può però non interrogarci seriamente e non obbligarci a mettere in discussione non solo le modalità di accompagnamento al matrimonio dei fidanzati, ma soprattutto la capacità di stare accanto, di sostenere, di offrire rinnovati strumenti di riflessione alle giovani coppie di fronte a una burrasca culturale come quella che stiamo attraversando. Forse è arrivato il momento di dare braccia e gambe alle parole dell'accoglienza e della disponibilità verso la famiglia. Forse, soprattutto negli strettissimi passaggi dell'antropologia su matrimonio e famiglia, siamo a quella svolta epocale che richiede di trasformare le ripetute invocazioni di gesti profetici in scelte concrete, davvero capaci di dare sollievo e speranza a tante coppie gravate da pesi che non riescono più a sopportare.