|
|
Affido, si può fare di più di Luciano Moia Adesso che siamo riusciti a chiudere i tanti vituperati orfanotrofi – degli oltre 2mila esistenti fino a pochi anni fa ne restano attivi solo 9 – è giunto il momento di guardare con coraggio la realtà e di chiederci quale futuro stiamo preparando per i troppi ragazzi che ancora vivono fuori dalle famiglie di origine. All’inizio del mese, presentando il bilancio dell’attuazione della legge 149/2001 (quella che sanciva il definitivo tramonto degli istituti), il ministro per la Solidarietà sociale Paolo Ferrero ha parlato di circa 12mila ragazzi accolti nei servizi sociali, anche se in realtà sono almeno il doppio. Circa 12mila sono anche quelli in affidamento familiare. Troppi i primi, troppo pochi i secondi, per un Paese come il nostro che aspira a una dimensione europea anche sul fronte della solidarietà. Perché troppi quelli in carico alle comunità d’accoglienza? L'obiettivo della legge che ha decretato la chiusura degli orfanotrofi era quello di regalare una famiglia a tutti quei ragazzi troppo a lungo lasciati nell’anonima sofferenza di un istituto (anche se generalizzare è sempre inopportuno). In realtà il traguardo non è stato centrato perché sulle strutture tipo "case famiglia", che avrebbero dovuto prendere il posto dei vecchi orfanotrofi, gravano pesanti incognite legate all’incertezza delle norme, alla disomogeneità territoriale, ai conflitti di competenza. Da parte delle magistratura e degli enti locali che le accreditano manca in sostanza un costante intervento di controllo. Come manca un’anagrafe nazionale dei minori che vivono fuori dalle famiglie di origine. Troppo pochi invece, dicevamo, i ragazzi in affidamento familiare. Forse la legge 184 del 1983 dovrebbe essere sottoposta a revisione perché non è tollerabile che, anche sul fronte affido, esista un’Italia a due o più velocità. Laddove, soprattutto al Nord, gli enti locali hanno investito in risorse e fantasia le prospettive appaiono più confortanti. Ma ci sono troppe aree del Centro-Sud dove l’affido rimane un’ipotesi quasi impraticabile. Come fare allora per uniformare, armonizzare, estendere buone prassi? L’associazionismo familiare ha da tempo rivendicato ruoli più rilevanti nella gestione anche organizzativa del pianeta affido. Può essere una strada, come può essere opportuno valutare nuove forme capaci di integrare al meglio tutte le risorse già esistenti. In ogni caso bisogna fare in fretta. Ci sono oltre 20mila ragazzi che hanno tanta voglia di famiglia. |