di Luciano Moia
Che idea simpatica quella di organizzare anche in Italia un
Salone del divorzio. Finalmente il nostro Paese si allinea agli
standard culturali del Nord Europa e degli Stati Uniti, dove
iniziative simili coinvolgono e “motivano” il pubblico e
raccolgono consensi di critica. Da noi divorzi e separazioni,
pur toccando quasi 250mila persone ogni anno, non raggiungono
ancora le cifre imponenti dei Paesi anglosassoni, dove va in
frantumi un matrimonio su due. Ma possiamo sicuramente
migliorare... Così anche in Italia l’addio al matrimonio potrà
ben presto diventare un grande, sterminato business, oltre che
per gli avvocati matrimonialisti, come già avviene su vasta
scala, anche per tutto quello spumeggiante mondo di nuove
agenzie, società, organizzazioni impegnate a sfruttare al meglio
il momento sempre più frequente dell’affetto estinto.
Ci sono società di pierre esperte in “secondi” e “terzi”
matrimoni che si propongono di aiutare il single di ritorno a
individuare le strategie migliori per mettersi alla ricerca di
un nuovo partner. E poi agenzie di viaggi specializzate
nell’offrire mete adeguate a chi è stato costretto, oppure ha
deciso, di andare avanti da solo. E ancora, offerte di stilisti
e di maestri del look, capaci di cancellare quell’insopportabile
aria da ex che ristagna sull’allure di chi si è appena lasciato
e continua ostinatamente a mostrare un desueto profilo di
mestizia. Eh no, basta con questi schemi affettivi superati e
polverosi. La parola d’ordine del Salone milanese, organizzato
all’inizio del mese in un grande hotel del centro, è stata
«fatelo con umorismo e leggerezza». Se proprio addio dev’essere,
sia obbligatoriamente sorridente e spensierato. Facile, anzi
scontato, verrebbe da dire seguendo i saggi consigli elargiti
con generosità durante la kermesse dove, tra tante delicate
riflessioni, è stato possibile ascoltare una psicologa del
valore di Milena Stoikovic, originaria di Belgrado, ed esperta
di “divorce planner”. Questa signora ha spiegato con
argomentazioni stringenti che sì, il divorzio può causare
qualche contraccolpo psicologico – nessuno l’aveva mai
sospettato – ma che è semplicissimo annullarne gli effetti
peggiori con qualche opportuna strategia. Un esempio? La “torta
di divorzio”. Davvero un’intuizione brillante, non solo per
coinvolgere anche l’industria dolciaria nello strepitoso affare
dei cuori infranti, ma soprattutto per edulcorare senza metafore
la fine del rapporto. Certo – ha messo in guardia “lady
divorzio” con acuta sensibilità – gli italiani non sono ancora
del tutto pronti ad accogliere proposte di veri e propri “party
dell’addio”, come avviene negli Usa, dove il divorzio è ormai
sempre più spesso salutato con banchetti variopinti, affollati
di amici e di ex, di amici dell’ex e di ex senza amici. Insomma
tante presenze, apparentemente contraddittorie, che solo una
mentalità un po’ datata come la nostra potrebbe definire
bizzarre. E, dopo il banchetto, ecco spuntare i regali. Eh sì,
perché ogni divorzio che si rispetti deve avere la sua bella
“lista”. Proprio come quella di nozze. Ormai i fiori d’arancio
appassiscono così velocemente che la nuova etichetta della
relazione usa e getta impone da una parte la restituzione del
dono nuziale, dall’altra la presentazione di un elenco mirato di
oggetti utili per riavviare una nuova stagione di singletudine.
Non è dato però di sapere quale fine attenda questo nuovo
armamentario monodose nel caso in cui, come impone la nuova
cultura dell’affetto stagionale, si decida di convolare subito
dopo a seconde, terze o quarte nozze. Sarà necessario restituire
anche questi regali? Ma se il simpatico cadeau arriva proprio da
un ex a chi mai dovrà essere riconsegnato? La kermesse milanese,
così prodiga di consigli, di gadget e di soluzioni
all’avanguardia sul fronte divorzista, non è riuscita a fare
luce su questi aspetti fondamentali. E si attende la prossima
edizione per salutare un nuovo testo unico del galateo della
separazione capace di accompagnare i neofiti nel vortice degli
addii e delle ripartenze. Ma il tutto sempre, ecco la
raccomandazione ricorrente, con soave letizia. Qualcuno, affetto
da inguaribile tradizionalismo paleolitico, potrà dire che il
sorriso sembrerebbe un atteggiamento fuori posto nel momento in
cui si spezza un rapporto di coppia. O addirittura che la
sofferenza per la fine di un investimento affettivo importante
come quello del matrimonio non si concilia bene con lo spirito
lieve e festoso suggerito dai nuovi guru del verbo divorzista.
Ma è evidente che a questi coraggiosi sostenitori di verità che
si vorrebbero liquidare come archeologie relazionali, sfugge una
verità ormai assodata. Anche separazioni, divorzi, rapporti di
coppia e relazioni affettive rischiano di entrare a pieno titolo
tra le “merci” a disposizione di quell’enorme, mostruoso,
inesorabile ingranaggio che si chiama società dei consumi. E
nella logica del business tutto può essere manipolato,
rimodellato, adulterato, banalizzato. Ci si può adeguare o
scandalizzare. Ma anche la seconda opzione non sarà sufficiente
a invertire la rotta, se allo stesso tempo non riusciremo a far
capire che ogni progetto di vita che si frantuma, trascinando
nel buio della sofferenza anche tanti figli incolpevoli, è una
realtà drammaticamente seria, che riguarda tutti. Una vera
emergenza sociale che dovrebbe essere affrontata in modo molto
più stringente e sistematico di quanto oggi avviene dalle
istituzioni pubbliche – civili ed ecclesiali – e non lasciata a
improvvisati impresari di kermesse e di party.