Un padre e una madre che fanno scudo ai due figli e li salvano
al prezzo della loro vita: ecco l’immagine del terremoto che
resterà nel cuore
di Marina Corradi
Chi ha percorso le strade di Onna e ha visto le case sventrate,
i letti in bilico sul vuoto, i guardaroba aperti e assurdamente
in ordine mentre il muro davanti non c’era più; chi ha camminato
per i vicoli dell’Aquila e si è accorto di affrettare
involontariamente i passi, angosciato dall’innaturale silenzio
di una città da cui tutti se ne erano andati; chi ha visto,
ecco, con i suoi occhi lo sfacelo di tante dimore e famiglie e
vite, non ha potuto non restare almeno per qualche momento
atterrito. E chiedersi, di fronte a case di cemento crollate
insieme a chiese millenarie, chiedersi che cosa regga, quando la
terra, la docile terra su cui piantiamo le nostre case, si
ribella e imbizzarrisce con questa ferocia. A Onna un’anziana
signora raccontava sconvolta d’avere visto dalla sua casa la
terra, nei campi, aprirsi in una sottile frattura e poi
richiudersi. Che cosa regge, quando si apre la terra?
Eppure, qualcosa tiene. Ci ha raccontato un giovane sacerdote,
don Luigi Epicoco, una storia che lo ha visto testimone in
quella tragica notte all’Aquila. Un palazzo accanto alla sua
chiesa, in piazza San Biagio, nel centro storico, è crollata. Ci
abitava fra gli altri una famiglia con due bambini, di 7 e 10
anni. Nella polvere e nel buio, subito dopo la scossa, don Luigi
ha sentito dei lamenti. Soccorsi ancora non se ne vedevano, in
quella notte che sembrava eterna. Allora il prete e dei suoi
giovani amici hanno preso a scavare con le mani, disperatamente.
Fino a quando tra le travi e le macerie hanno sentite più nette
e vicine le voci - voci di bambini. Scavando ancora, con furia,
hanno incontrato però, per primi, dei corpi inerti, già freddi.
Ma i lamenti da sotto continuavano. Quei corpi erano del padre e
della madre, che nell’istante fatale avevano avuto una
intuizione: potevano salvare i figli, proteggendoli col loro
stesso corpo dalle travi che crollavano. Così è stato. I due
bambini si sono salvati. Solo il maggiore, nella paura e nel
buio, ha domandato inquieto cos’era, quella cosa morbida che lo
aveva protetto. “E’ un materasso”, gli hanno detto i ragazzi,
pietosi. Ma il bambino ha capito. E dopo un momento ha detto,
piano: “Non ditelo a mio fratello. Sapete, lui è piccolo”.
E allora tu che ascolti pensi che c’è qualcosa che tiene anche
quando il mondo crolla addosso. E’ il bene dei genitori per i
figli: quando tutto è perduto, il proprio povero corpo può
ancora servire a proteggere loro. E’ il bene di un fratello di
dieci anni per il più piccolo, quello con cui magari ogni
giorno, come tutti i bambini, litigava. E però, cresciuto quel
ragazzino in una notte, sorge in lui quell’accento
improvvisamente adulto: “Non ditelo a mio fratello, lui è
piccolo”. Quasi in una responsabilità paterna, ereditata in un
istante. Com’è possibile? E’ possibile se quel ragazzo aveva
visto i suoi, da sempre, prendersi cura di lui e del fratello.
In un amore imparato per osmosi, nella semplice quotidianità dei
gesti in una casa. In quel tessuto di affetti così rinnegato
oggi, e ritenuto da tanti superato; quel tessuto fatto da un
padre, da una madre uniti da una promessa solida e fedele, e dai
figli.
Si chiama famiglia, è una cosa antica. Non s’è saputo inventare
di meglio, per crescere i bambini, educarli, sostenersi
reciprocamente, proteggere i vecchi e i malati. Non s’è saputo
trovare altro, di così grande, e rispondente alla natura
istintiva degli affetti degli uomini. Niente di così forte, che
il terremoto non lo possa neanche scalfire. Quei due così lucidi
nell’ultimo istante, chini sui loro figli. Quel figlio bambino
sfiorato dalla morte che, in salvo da un attimo, cosciente da un
attimo, ha un sussulto: “Non ditelo a mio fratello. Sapete, lui
è piccolo”.