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L’INFINITO IN UN FIGLIO
 

Trecentomila euro: tanto costa per gli esperti crescere un bambino
Ma chi parla dei “guadagni”?
 

 di Luciano Moia

Negli occhi di ogni genitore c’è la sorte dei propri figli. Brillano di soddisfazione quando le cose si mettono al meglio. Si coprono di nubi se qualcosa turba progetti e aspettative. Lo sguardo della speranza ha il colore della luce. Quello della delusione è spento e appiattito. Gli occhi di un padre o di una madre non ingannano, ma possono sorprendere, perché sono collegati all’arcobaleno dei sentimenti, non al computer della ragione. In quegli sguardi si può leggere il guadagno di un’emozione. Ma anche il costo di una fatica. Si possono cogliere le valenze positive e negative che si intrecciano in un cuore che batte secondo il ritmo dettato anche dalla vita dei propri figli. Un ritmo impazzito perché corre sulla giostra di successi e delusioni, insegue come sulle montagne russe stati d’animo, situazioni e sorprese di ogni tipo.

Quanto vale tutto questo? è giusto parlare di costi dei figli? Ogni tanto questa domanda rimbalza nei discorsi di genitori alle prese con i mille imprevisti della quotidianità. Ma torna periodicamente anche in inchieste giornalistiche o addirittura in serie analisi di economisti e sociologi. Qualche settimana fa un periodico ha sintetizzato in 300 mila euro il costo medio di un figlio, dalla nascita all’università, calcolando le spese per alimentazione, abbigliamento, salute, scuola, mezzi di trasporto, divertimenti, vacanze e tanto altro ancora. Ma sono soltanto questi i costi di un figlio? Si può ridurre il mistero e la grandezza di una vita al registro delle entrate e delle uscite? Riguardo ai figli, più che di costi, sarebbe forse opportuno parlare di guadagni. Di gratuità e di emozioni, di sentimenti e di significati, più che di valutazioni economiche. Indispensabili, certo, perché la famiglia per prima deve educare all’esercizio virtuoso del risparmio, ma incapaci di fotografare in profondità l’essenza di quanto "entra" e di quanto "esce" ogni giorno dall’impegno di un padre e di una madre.

Ci sono genitori che, al di là di ogni previsione e di ogni calcolo, hanno nello sguardo il lampo della gioia anche nelle situazioni all’apparenza meno gratificanti. Che soddisfazione ci può essere nel raccontare di una figlia gravemente handicappata, che non cammina, non parla e non riesce neppure ad alimentarsi da sola? Perché gli occhi di un padre dovrebbero trasmettere forza e serenità, se è certo che la sua ragazza di 12 anni non potrà mai avere una vita normale, almeno secondo i criteri che tutti attribuiamo al termine normalità? Eppure chi, nei giorni scorsi, alla Settimana Cei di spiritualità coniugale e familiare a Nocera Umbra, ha guardato gli occhi di Gianstefano Folgoni, mentre ringraziava per il dono rappresentato dalla figlia Maddalena, affetta da trisomia 13 – un disordine cromosomico causa di pesanti handicap fisici e mentali – ha potuto cogliere una luce sorprendente. Era uno sguardo luminoso di padre in cui si mescolavano forza e determinazione, stupore e volontà di scorgere proprio nell’esperienza dolorosa della sua ragazza la traccia di un significato importante, di un percorso, forse un po’ diverso rispetto a quelli ordinari, ma comunque accolto e benedetto come opportunità per realizzare una chiamata e arrivare a dire, al di là di tutti gli stereotipi: «Se avessi potuto scegliere, avrei voluto proprio questa figlia».

Chi potrebbe calcolare quanto costa la presenza di una ragazza così nella vita di due genitori? Trecentomila euro? Tre milioni? L’intero ammontare del Pil? è facile capire che ogni valutazione rischia di apparire sproporzionata e forse inopportuna. Eppure si tratta di un’esperienza limite solo all’apparenza. Con gradualità diverse e situazioni che cambiano da famiglia a famiglia, ogni genitore avverte dentro di sé il contributo di senso offerto dalla presenza di un figlio. E questo non può mai, in alcun caso, essere ridotto a una cifra. Paternità e maternità sarebbero due parole vuote se non contenessero già la promessa del futuro, l’anticipazione di un percorso destinato a non interrompersi, l’impegno di un mandato da trasmettere giorno dopo giorno con le parole e con la vita. Il dono di un figlio rappresenta una ricchezza che si espande dalla famiglia alla società, dal presente all’avvenire, amplificandosi a dismisura nel ciclo delle generazioni, secondo parametri incalcolabili perché soggetti a variabili infinite. Chi mai riuscirà ad attribuire un prezzo alla speranza, alla volontà, ai sentimenti? Il complesso ordito di valori che dà significato alla vita non può essere quantificato solo in termini economici. E, in ogni caso, accanto ai "costi" veri o presunti per la crescita di un figlio, andrebbero indicati i "ricavi" interiori che ogni genitore accoglie dai figli e subito, quasi inconsciamente, ritrasmette in casa, sul lavoro, nella comunità, in ogni altro ambiente di vita, come un volano prezioso che offre a tutti nuove energie, come un’onda benefica e silenziosa che si propaga all’infinito e che nessuno può fermare. Ecco in ogni figlio, sano o malato, piccolo o già adulto, si condensa l’infinito. E neppure un premio Nobel per l’economia potrebbe riuscire a calcolarne i costi.