Riflessioni a margine dei dati Isat su separazioni e divorzi
(132 mila nel 2007): forse non per tutti la rottura era l’unica
soluzione
di Luciano Moia
«Mi chiamo Marco G., ho 42 anni, sposato da dieci, due bambini
bellissimi di 7 e 3 anni. Sono dirigente di un centro
commerciale, una sigla importante della grande distribuzione che
nei primi 6 mesi del 2009, nonostante la crisi, è riuscita ad
aumentare il fatturato. Tanto per dire, insomma, che nella mia
vita tutto potrebbe girare al massimo. Invece ho un peso sul
cuore che le tante soddisfazioni sul lavoro non riescono a
rendermi più leggero. Da qualche mese mia moglie ama un altro.
Ho visto le mail che si scambiano. Inequivocabili. Raccontano di
incontri, emozioni, ricordi, passioni. I tanti momenti segreti
di due amanti navigati che non mostrano né incertezze né
propositi di pentimento. Eppure anche lui, da quanto ho letto, è
sposato e ha un figlio. Una situazione che mi ha sconvolto la
vita. Sono quasi deciso a buttare tutto all’aria. Se non ci
fossero i bambini, me ne sarei già andato di casa. Ne ho parlato
con un caro amico. Separato da anni. Credevo mi incoraggiasse ad
andare avanti con il mio proposito di farla finita. Invece mi ha
invitato a pensarci bene, ad affrontare il problema con mia
moglie, a cercare di capire perché si è creata questa
situazione. Poi mi ha buttato lì una frase che mi ha fatto
riflettere: “Attento, in queste situazioni rompere tutto non
risolve niente e fa stare tanto male. Ciò che unisce te e tua
moglie è ancora tanto più importante di ciò che sembra
dividervi. Credi a me che ci sono passato. L’unica strada che
può ricostruire qualcosa è quella del perdono. Io l’ho capito
troppo tardi”. Il perdono? Non avevo neppure preso in
considerazione questa ipotesi. Adesso sto cominciando a
pensarci, anche se non saprei concretamente come fare, cosa
dire, cosa pensare. E questa incertezza mi fa stare ancora
peggio…».
E’ la sintesi di una lunga lettera che ci è arrivata da Bologna
e che racconta di un disagio interiore, di una sofferenza
dilaniante, che purtroppo non è caso isolato, ma esperienza
comune in tantissime coppie. Lo statistiche lo raccontano con la
forza scarna e drammatica dei numeri. Due volte l’anno, con
puntualità inesorabile, l’Istat comunica le cifre delle
separazioni e dei divorzi, in crescita progressiva e costante da
vent’anni a questa parte. Gli ultimi dati, arrivati il mese
scorso e riferiti al 2007, parlano di 81.359 separazioni e
50.669 divorzi. Cioè 132 mila disgregazioni familiari in un solo
anno. Cioè 260 mila persone – una città grande come quella
Bologna da cui ci ha scritto Marco - che hanno visto frantumarsi
le speranze, i progetti, i sogni di una vita. Molti di loro,
certo, riescono a ricominciare, a ripartire con una nuova
storia, a mettersi dietro le spalle la delusione del fallimento.
Ma la ferita resta, il dolore sopportato non si cancella, la
consapevolezza della sofferenza accumulata si legge anche a
distanza di anni, vivissima e pesante, negli occhi di chi l’ha
vissuta, a cominciare dai figli. E poi ci sono gli infiniti
problemi burocratici, legali, logistici, economici,
inevitabilmente legati a una separazione.
Un mare di difficoltà che fa sorgere, forse un po’ ingenuamente,
qualche domanda: ma davvero spezzare un matrimonio è sempre
l’unica soluzione? Non sarebbe proprio possibile evitare dieci,
cento, mille, delle moltissime separazioni registrate ogni anno?
E allora l’ipotesi del perdono, che l’amico del nostro lettore
ha proposto come “unica strada per ricostruire qualcosa” si
affaccia con la forza non solo della speranza, ma anche della
ragione. Anche quando tutto sembra crollare sotto il peso di
evidenze così brucianti, così clamorose, da gonfiare il cuore di
amarezza e da rendere apparentemente impossibile qualsiasi
tentativo di ricomposizione, c’è sempre uno spiraglio per
giocare l’ultima carta. Occorre mettere da parte l’orgoglio
ferito, la rabbia che spingerebbero a buttare in faccia
all’altro tutta la nostra delusione per quello che è capitato e
che ci appare enorme, insuperabile, clamorosamente ingiusto.
Se per un attimo riusciamo a liberarci da questa rete fitta di
sentimenti negativi, possiamo scorgere l’esistenza di un’altra
rete, forse un po’ lacerata, ma comunque presente e tenace. E’
quell’intreccio che tiene idealmente insieme tutto quello che ci
continua a legare a nostra moglie, a nostro marito, tutto quello
che comunque abbiamo costruito insieme, i nostri oggetti, i
nostri ricordi, i nostri progetti, le nostre esperienze. E
soprattutto, quando ci sono, i nostri figli.
Il perdono comincia da lì, abbandonando la pretesa assurda di
cancellare tutto quello che comunque continuerà ad esistere al
di là della nostra volontà distruttiva e del nostro desiderio di
vendetta. Il perdono parte dalla consapevolezza che ciò che
abbiamo condiviso con l’altro\a, per poco o tanto tempo,
esisterà per sempre, rappresenta in ogni caso una porzione
importante della nostra vita e non potrà mai essere cancellata.
Nel complesso mosaico dell’indissolubilità, al di là di tutte le
importanti implicazioni teologiche, rientrano anche queste
dinamiche di quotidianità, queste persistenti e scontate
consuetudini a due, questi richiami di normale reciprocità
coniugale che finiscono per rappresentare una rete imponente e
inalienabile. Si potrà rompere, lacerare, ridurre a brandelli.
Ma anche nel caso di una separazione e poi di una seconda
unione, e poi di un’altra ancora, ciò che è stato, sarà per
sempre. E per sempre continuerà a parlare nel profondo del
cuore.
Il mese scorso i media hanno dato spazio alla vicenda del
governatore del South Carolina, Mark Sandorf, che ha confessato
in diretta tv, piangendo e disperandosi per l’errore commesso,
di aver avuto per mesi una relazione extraconiugale. Ma lo
stupore dei giornali si è concentrato soprattutto sulla scelta
della moglie Jenny, che ha perdonato il marito e l’ha ripreso in
casa, insieme ai quattro figli. E ha annunciato di voler
ricostruire con lui una nuova vita coniugale. “Quindi il
matrimonio è forte, il matrimonio può resistere alle crisi, il
matrimonio costruisce identità”, è stato il commento un po’
smarrito di chi per anni aveva rilanciato lo slogan del
“separarsi è bello”. Anzi normale, anzi quasi obbligatorio,
nella leggerezza della famiglia allargata, scomposta, ricomposta
e multilaterale. Adesso la scoperta che anche i “grandi”
perdonano comincia a mettere in crisi questa tendenza e obbliga
a rivedere certezze che apparivano indistruttibili. Grazie
signora Sandorf. Forse il suo buon senso di moglie saggia e
prudente può contribuire a svelare un grande inganno: dirsi
sempre e comunque addio quando non appena la coppia dà segni di
cedimento non è l’unica soluzione. E neppure la più conveniente
e la più giusta.