PIU’ FERIE, PIU’ AMORE
Un “compito per le vacanze” da svolgere in coppia.
Obiettivo: ristabilire i fondamenti dello stare insieme
Dio si riposò il settimo giorno. Per tante coppie e tanti genitori
il settimo giorno è invece quello dedicato ad assolvere tutte le
incombenze lasciate in sospeso negli altri sei. Così per undici mesi. Un
servizio domestico permanente, un asfissiante intrecciarsi di impegni,
un susseguirsi di grattacapi da risolvere che spesso annebbia le
prospettive e capovolge le priorità. Forse il settimo giorno raccontato
dalla Bibbia, quello del riposo autentico, quello del distacco dai ritmi
incalzanti della quotidianità, era tra i benefit previsti soltanto nel
paradiso terrestre. Scacciati dal giardino di Dio, anche il settimo
giorno è diventato un’ipotesi, un auspicio, un anelito precluso,
totalmente o parzialmente, a chi s’affanna nella dimensione della
provvisorietà.
Così tutte le speranze di vivere – o meglio rivivere – qualche momento
di autenticità, togliendo dalle spalle il terribile fardello delle “cose
da fare”, finiscono per essere concentrate nel periodo delle ferie. Una
o due settimane che rischiano però di trasformarsi in un concentrato di
delusioni per chi pensa a quei pochi giorni come a un sogno di
rigenerazione globale. Meglio ridurre le aspettative e puntare su pochi
obiettivi ragionevoli. Noi ne proponiamo tre, a misura di coppia. Non
sono mete turistiche, ma spunti di riflessione. Non proposte di evasione
– da cosa poi? - ma inviti a ripensare al proprio amore di coppia con
uno sguardo all’infinito. Potremmo chiamarli compiti delle vacanze per
coppie desiderose di massaggiare lo spirito, dedicando un po’ di tempo
al mistero del cuore. I tre brevi capitoli si intitolano povertà,
dipendenza e umiltà. Sembrano tre obiettivi un po’ superati, sicuramente
poco allettanti, anzi paradossali in riferimento all’amore e al
matrimonio, ma non è così.
La povertà
Parlando dell’amore di coppia, dobbiamo parlare di Dio. Lo facciamo con
un po’ di imbarazzo e di trepidazione, chiedendo subito scusa. Ma chi
ama ha capito da tempo quanto sia poco credibile pensare solo alla
biochimica del cervello o all’influsso degli ormoni per spiegare quanto
suscitato nel cuore e nel corpo dalle misteriose dinamiche dell’amore.
Nell’amore autentico c’è in azione qualcos’altro, qualcosa che ci supera
e ci mette in contatto con una prospettiva superiore, quella appunto di
Dio. Amando, lasciandoci amare, facendo in modo che l’amore sia la
misura della nostra vita, noi ci poniamo in sintonia con Dio e con il
suo amore. Un teologo gesuita scomparso qualche anno fa, Francois
Varillon, ha scritto che l’amore di Dio è innanzi tutto povertà di
spirito perché l’amore – né quello umano né quello divino - basta a se
stesso. E’ bello pensare al nostro amore come povertà di spirito. Il
povero di spirito è quello che dice alla persona amata: “Mi manchi. Ho
bisogno di te, senza di te non riuscirei ad andare avanti, se non ci
fossi tu non ce la farei mai”. E’ bello riconoscerlo guardando e
ringraziando chi amiamo, in questa epoca di ingannevole onnipotenza e di
autoreferenzialità in cui tutti, più o meno, siamo vittime del virus
malefico dell’egocentrismo.
La dipendenza
Dio è dipendente dall’uomo perché ha fame del suo amore. Così due che si
amano possono dire: “Se tu sorridi io sorrido, se tu sei triste io sono
triste. Le tue gioie diventano le mie gioie. I tuoi successi diventano i
miei. Le tue sconfitte le faccio mie, ma comunque andiamo avanti
insieme, perché solo insieme ce la faremo”. Lui e lei si guardano senza
conoscere né indivia, né rancori, né delusioni. Dipendenza d’amore
offerta e ricevuta, in uno scambio che arricchisce la coppia ma non
impoverisce la persona.
L’umiltà
Dio-Amore è umile – lo spiega ancora padre Varillon - perché sa di aver
bisogno dell’uomo, unico fine del suo amore. Così gli ”amanti”
autentici, a immagine e somiglianza di Dio, sono umili perché si pongono
sempre l’uno di fronte all’altro. Non uno al di sopra dell’altro, come
farebbe la falsa umiltà – cioè la superbia - ma sullo stesso piano. Dio
infatti dice: “Fai all’altro quello che vorresti fosse fatto a te”. Non
dice: “Fai di più per l’altro e meno per te”. Dio non vuole questo.
L’amore umile è quello che gode nel confronto sereno e appassionato.
Quello che partecipa sempre all’altro quello che sente, prova, vive,
patisce. Quello che non pensa mai: “Questo non ti riguarda, questo è
solo mio, da questo ti escludo”. L’umiltà di stare sempre e comunque di
fronte all’altro, di guardarlo negli occhi qualunque cosa succeda, è la
più grande prova d’amore. Tornare a rifletterci, in questi giorni
estivi, servirà anche per dare un po’ di ristoro allo spirito e per
trovare nuova forza in vista dei giorni grigi della routine e della
fatica.