Lettera del
cardinale Arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi
agli sposi in
situazione di separazione, divorzio e nuova unione
IL SIGNORE E'
VICINO A CHI HA IL CUORE FERITO
(Salmo 34,19)
Carissimi
fratelli e sorelle,
da molto tempo
coltivo il desiderio di rivolgermi a voi, con una modalità il più possibile
diretta e personale.
Mi piacerebbe,
infatti, chiedervi il permesso di entrare come un fratello in casa vostra e
domandarvi un po' del vostro tempo.
Lo faccio ora
con questa mia lettera, che vuole essere semplice e familiare, quasi una
richiesta di potermi sedere accanto a voi per un dialogo, che spero vi torni
gradito e possa anche continuare nel tempo.
Quanti tra voi
sono credenti e sentono di appartenere alla Chiesa riconoscono nel Vescovo anche
un padre e un maestro. E a me Vescovo stanno molto a cuore anche quei battezzati
che forse non si considerano più credenti o che si sentono esclusi, per
incomprensioni o delusioni, dalla grande comunità dei discepoli del Signore.
Vorrei dunque
incontrare gli uni e gli altri e con tutti voi aprire un dialogo per condividere
un poco le gioie e le fatiche del nostro comune cammino; per provare ad
ascoltare qualcosa del vostro vissuto quotidiano; per lasciarmi interpellare da
qualcuna delle vostre domande; per confidare i sentimenti e i desideri che nutro
nel mio cuore nei vostri confronti.
Proprio così:
leggendo queste pagine, voi aprite un poco la vostra porta di casa e mi
permettete di entrare! Ma anch'io, scrivendo queste pagine, mi apro a voi nel
desiderio di una reciproca confidenza.
La Chiesa è
a voi vicina
Anzitutto
voglio dirvi che non ci possiamo considerare reciprocamente estranei: voi, per
la Chiesa e per me Vescovo, siete sorelle e fratelli amati e desiderati. E
questo mio desiderio di entrare in dialogo con voi scaturisce da un sincero
affetto e dalla consapevolezza che in voi ci sono domande e sofferenze che vi
appaiono spesso trascurate o ignorate dalla Chiesa.
Vorrei allora
dirvi che la comunità cristiana ha riguardo del vostro travaglio umano.
Certo, alcuni
tra voi hanno fatto esperienza di qualche durezza nel rapporto con la realtà
ecclesiale: non si sono sentiti compresi in una situazione già difficile e
dolorosa; non hanno trovato, forse, qualcuno pronto ad ascoltare e aiutare;
talvolta hanno sentito pronunciare parole che avevano il sapore di un giudizio
senza misericordia o di una condanna senza appello. E hanno potuto nutrire il
pensiero di essere stati abbandonati o rifiutati dalla Chiesa. La prima cosa che
vorrei dirvi, sedendomi accanto a voi, è dunque questa: "La Chiesa non vi ha
dimenticati! Tanto meno vi rifiuta o vi considera indegni". Mi vengono in mente
le parole di speranza che Giovanni Paolo II rivolse alle famiglie provenienti da
tutto il mondo in occasione del loro Giubileo nel 2000: "Di fronte a tante
famiglie disfatte, la Chiesa si sente chiamata non ad esprimere un giudizio
severo e distaccato, ma piuttosto ad immettere nelle pieghe di tanti drammi la
luce della parola di Dio, accompagnata dalla testimonianza della sua
misericordia".
E allora se
avete trovato sul vostro cammino uomini o donne della comunità cristiana che vi
hanno in qualche modo ferito con il loro atteggiamento o le loro parole,
desidero dirvi il mio dispiacere e affidare tutti e ciascuno al giudizio e alla
misericordia del Signore.
In quanto
cristiani sentiamo per voi un affetto particolare, come quello di un genitore
che guarda con più attenzione e premura il figlio che è in difficoltà e soffre,
o come quello di fratelli che si sostengono con maggiore delicatezza e
profondità, dopo che per molto tempo hanno faticato a comprendersi e a parlarsi
apertamente.
La vostra
ferita è anche nostra
Vorrei
ora essere capace di ascoltare le vostre domande e le vostre riflessioni.
Anche noi
uomini di Chiesa sappiamo che la fine di un rapporto sponsale per la maggior
parte di voi non è stata decisione presa con facilità, tanto meno con
leggerezza. E' stato piuttosto un passo sofferto della vostra vita, un fatto che
vi ha interrogato profondamente sul perché del fallimento di quel progetto in
cui avevate creduto e per il quale avevate investito molte vostre energie.
Certamente la
decisione di questo passo lascia ferite che si rimarginano a fatica. Forse si
insinua persino il dubbio sulla possibilità di portare a termine qualcosa di
grande in cui si è fortemente sperato; inevitabile sorge la domanda sulle
eventuali reciproche responsabilità; acuto si fa il dolore di essersi sentiti
traditi nella fiducia riposta nel compagno o nella compagna che si era scelto
per tutta la vita; si è presi da un senso di inadeguatezza verso i figli
coinvolti in una sofferenza di cui essi non hanno responsabilità.
Conosco queste inquietudini e vi assicuro che esprimono un dolore e una ferita
che toccano l'intera comunità ecclesiale.
La fine di un matrimonio è anche per la Chiesa motivo di sofferenza e fonte di
interrogativi pesanti: perché il Signore permette che abbia a spezzarsi quel
vincolo che è il "grande segno" del suo amore totale, fedele e indistruttibile?
E come noi avremmo forse dovuto o potuto essere vicini a questi sposi?
Abbiamo compiuto con loro un cammino di vera preparazione e di vera comprensione
del significato del patto coniugale con cui si sono legati reciprocamente? Li
abbiamo accompagnati con delicatezza e attenzione nel loro itinerario di coppia
e di famiglia, prima e dopo il matrimonio?
Queste domande e questo dolore noi li condividiamo con voi e ci toccano
profondamente perché investono qualcosa che ci riguarda da vicino: l'amore, come
il sogno e il valore più grande nella vita di tutti e di ciascuno.
Penso che come sposi cristiani possiate comprendere in che senso tutto questo ci
tocca profondamente.
Voi avete chiesto di celebrare il vostro patto nuziale nella comunità cristiana,
vivendolo come un sacramento, il grande segno efficace che rende presente nel
mondo l'amore stesso di Dio. Un amore totale, indistruttibile, fedele e fecondo,
come è l'amore di Cristo per noi.
E celebrando il vostro matrimonio la comunità cristiana ha riconosciuto in voi
questa nuova realtà e ha invocato la grazia di Dio perché questo segno rimanesse
come luce e annuncio gioioso per coloro che vi incontrano.
Quando questo legame si spezza la Chiesa si trova in un certo senso impoverita,
privata di un segno luminoso che doveva esserle di gioia e di consolazione. La
Chiesa quindi non vi guarda come estranei che hanno mancato a un patto, ma si
sente partecipe di quel travaglio e di quelle domande che vi toccano così
intimamente.
Potrete allora comprendere, insieme ai vostri sentimenti, anche i nostri.
Di
fronte alla decisione di separarsi
Vorrei ora
mettermi accanto a voi e provare a ragionare con voi sui molti passi e le molte
prove che vi hanno condotto ad interrompere la vostra esperienza coniugale.
Posso solo provare a immaginare che prima di questa decisione abbiate
sperimentato giorni e giorni di fatica a vivere insieme; nervosismi, impazienze
e insofferenza, sfiducia reciproca, a volte anche mancanza di trasparenza, senso
di tradimento, delusione per una persona che si è rivelata diversa da come la si
era conosciuta all'inizio.
Queste esperienze, quotidiane e ripetute, finiscono con il rendere la casa non
più un luogo di affetti e di gioia, ma una pesante gabbia che sembra togliere la
pace del cuore.
Si finisce con alzare la voce, forse anche con mancarsi di rispetto, trovare
impossibile ogni concordia.
E si sente che non si può più continuare la vita insieme.
No, la scelta di interrompere la vita matrimoniale non può mai essere
considerata una decisione facile e indolore! Quando due sposi si lasciano,
portano nel cuore una ferita che segna, più o meno pesantemente, la loro vita,
quella dei loro figli e di tutti coloro che li amano (genitori, fratelli,
parenti, amici).
Questa vostra ferita anche la Chiesa la comprende.
Anche la Chiesa sa che in certi casi non solo è lecito, ma può essere
addirittura inevitabile prendere la decisione di una separazione: per difendere
la dignità delle persone, per evitare traumi più profondi, per custodire la
grandezza del matrimonio, che non può trasformarsi in un'insostenibile trafila
di reciproche asprezze.
No alla
rassegnazione
Davanti a una
decisione così seria è importante, però, che non vincano la rassegnazione e la
volontà di chiudere troppo rapidamente questa pagina. La separazione diventi
invece occasione per guardare con più distacco e forse con più serenità la vita
coniugale. Non è opportuno – ci insegna un saggio principio della vita
spirituale – prendere decisioni definitive quando il nostro animo è scosso da
inquietudini o burrasche.
Non è detto che tutto sia perduto: ci sono forse ancora energie per comprendere
che cosa è accaduto nella propria vita di coppia e di famiglia; forse si può
ancora desiderare e scegliere di cercare un aiuto saggio e competente per
avviare una nuova fase di vita insieme; o forse c'è solo spazio per riconoscere
onestamente delle responsabilità che hanno compromesso decisamente quel patto di
amore e di dedizione stipulato col matrimonio.
Ci sono, sempre, delle responsabilità. E se anche, spesso, le addossiamo
volentieri all'ambiente, alla società, al caso, in verità sappiamo che ci sono
anche le responsabilità nostre.
Anche se non voluti, anche se posti senza iniziale malizia ma solo per
superficialità, ci sono gesti, parole, abitudini e scelte che hanno pesato e
hanno determinato un certo esito della vita a due.
Quanti sposi si trovano soli e sentono questa situazione come una ingiustizia
subita: "Io non ne ho colpa! Io non volevo! Io ho fatto tutto il possibile!".
La parola della Croce
A quanti, nella
luce della verità, comprendono di aver avuto una precisa responsabilità, anche
grave, nel dissipare il tesoro del proprio matrimonio, vorrei fraternamente
chiedere di accogliere l'appello dell'amore misericordioso di Dio, che ci
giudica con verità, ci chiama alla conversione, ci guarisce con la proposta di
una vita nuova.
Riconoscere questa propria responsabilità non vuol dire vivere in un inutile e
dannoso senso di colpa. Vuol dire piuttosto aprire la propria vita a quella
libertà e novità che il Signore ci fa sperimentare quando, con tutto il cuore,
ritorniamo a Lui.
E tutto quello che è ancora possibile fare per porre rimedio alle conseguenze
negative che toccano la propria famiglia, per cambiare la propria vita… tutto
questo deve essere fatto con coraggio e sollecitudine.
A quegli sposi, invece, che hanno maggiormente sentito come ingiustizia subita
la crisi del loro matrimonio, voglio dire che essi, in quanto cristiani, non
possono dimenticare la dolorosa ma vivificante parola della Croce. Da quel
terribile luogo di dolore, di abbandono e di ingiustizia il Signore Gesù ha
svelato la grandezza del suo amore come perdono gratuito e come offerta di sé.
Come Vescovo, ed anzitutto come cristiano, non posso dimenticare questa parola,
ma sento il bisogno di offrirvela discretamente come una parola che, pur facendo
sanguinare il cuore e la vita, non è senza frutto, e non è senza senso.
E se anche avete da portare in ogni celebrazione eucaristica solo la vostra
fatica a capire e a perdonare, in realtà avete già un grande tesoro da offrire,
insieme a Cristo, nel memoriale della sua Croce: l'umile abbandono della vostra
povertà.
Nelle vostre dolorose pagine di vita i bambini sono spesso tra i protagonisti
innocenti ma non meno coinvolti.
E lo sono anche i figli più grandi, che vedono crollare le loro certezze
affettive nell'età delicata dell'adolescenza e spesso intravedono con più
difficoltà la realizzazione, un domani, del loro sogno di amore.
Ma la speranza non viene meno: ogni giorno vediamo attorno a noi esempi eroici e
ammirevoli di genitori che, rimasti soli, fanno crescere ed educano i propri
figli con amore, saggezza, premura e dedizione.
Ringrazio queste mamme e questi papà che danno un grande esempio a tutti noi. Li
ringrazio, li ammiro e spero proprio che le nostre comunità siano di sostegno
nelle loro eventuali necessità.
Nello stesso tempo voglio raccomandare a tutti i genitori separati di non
rendere la vita dei loro figli più difficile, privandoli della presenza e della
giusta stima dell'altro genitore e delle famiglie di origine. I figli hanno
bisogno, anche seguendo le recenti garanzie legislative, sia del papà sia della
mamma e non di inutili ripicche, gelosie o durezze.
Quanto fin qui
ho detto per la situazione di separazione, vale a maggior ragione per chi ha
fatto la scelta, talvolta subita e quasi ineluttabile, del divorzio e la scelta
del divorzio seguito da una nuova unione. E vale anche per chi non è stato
coinvolto direttamente in una vicenda di separazione o di divorzio, ma vive una
situazione di coppia con una persona separata o divorziata.
Anche pensando a queste persone vorrei farmi un'ultima domanda, che mi sta molto
a cuore e che desidero condividere con molta sincerità con voi.
C'è posto per voi nella Chiesa?
Che spazio c'è,
nella Chiesa, per sposi che vivono la separazione, il divorzio, una nuova
unione?
È vero che la Chiesa li esclude per sempre dalla sua vita?
Anche se l'insegnamento del Papa e dei Vescovi in questo ambito è chiaro ed è
stato riproposto molte volte, ancora capita di sentire questo giudizio: "la
Chiesa ha scomunicato i divorziati! La Chiesa mette alla porta gli sposi che
sono separati!".
Questo giudizio è tanto radicato che spesso gli stessi sposi in crisi si
allontanano dalla vita della comunità cristiana, per timore di essere rifiutati
o comunque giudicati.
Voglio restare fedele al mio proposito di parlarvi con semplicità fraterna e
senza dilungarmi troppo, e così vi ripropongo il punto decisivo di questa
riflessione che è la parola di Gesù, alla quale, come cristiani, dobbiamo
restare fedeli. In questa parola troviamo la risposta alla nostra domanda.
La parola del Signore sul matrimonio
Gesù ha parlato
anche del matrimonio, e ne ha parlato con una radicalità tale da sorprendere gli
stessi primi discepoli, molti dei quali probabilmente erano sposati.
Gesù afferma che il legame sponsale tra un uomo e una donna è indissolubile
(cfr. Matteo 19,1-12), perché nel legame del matrimonio si mostra tutto il
disegno originario di Dio sull'umanità, e cioè il desiderio di Dio che l'uomo
non sia solo, che l'uomo viva una vita di comunione duratura e fedele. Questa è
la vita stessa di Dio che è Amore, un amore fedele, incancellabile e fecondo di
vita, che viene mostrato, come in un segno luminoso, nell'amore reciproco tra un
uomo e una donna. E così, afferma Gesù, "non sono più due, ma una carne sola.
Quello dunque che Dio ha congiunto, l'uomo non lo separi" (v. 6). Da quel giorno
la parola di Gesù non cessa di provocarci e anche di inquietarci. Già in quel
momento i discepoli rimasero scandalizzati dalla prospettiva di Gesù, quasi
protestando che, se il matrimonio è una chiamata così alta ed esigente, forse
"non conviene sposarsi" (v. 10).
Ma Gesù ci incalza e ci dà fiducia: "Chi può capire, capisca" (cfr. v. 11),
capisca che questa esigenza non è fatta per spaventare, ma piuttosto per dire la
grandezza cui l'uomo è chiamato secondo il disegno di Dio creatore.
Questa grandezza è esaltata poi quando il patto coniugale viene celebrato nella
Chiesa come sacramento, segno efficace dell'amore sponsale che unisce Cristo
alla sua Chiesa. Gesù non ci chiede l'impossibile, ci offre se stesso come via,
verità, vita dell'amore.
Le parole di Gesù e la testimonianza di come egli ha vissuto il suo amore per
noi sono il riferimento unico e costante per la Chiesa di tutti i tempi, che mai
si è sentita autorizzata a sciogliere un legame matrimoniale sacramentale
celebrato validamente ed espresso nella piena unione, anche intima, degli sposi,
divenuti appunto "una carne sola".
Ed è in questa obbedienza alla parola di Gesù la ragione per cui la Chiesa
ritiene impossibile la celebrazione sacramentale di un secondo matrimonio dopo
che è stato interrotto il primo legame sponsale.
Il perché dell'astensione dalla comunione eucaristica
Sempre dal
senso della parola del Signore deriva l'indicazione della Chiesa riguardo
all'impossibilità di accedere alla comunione eucaristica per gli sposi che
vivono stabilmente un secondo legame sponsale.
Ma perché?
Perché nell'Eucaristia abbiamo il segno dell'amore sponsale indissolubile di
Cristo per noi; un amore, questo, che viene oggettivamente contraddetto dal
"segno infranto" di sposi che hanno chiuso una esperienza matrimoniale e vivono
un secondo legame.
Comprendete,
così, che la norma della Chiesa non esprime un giudizio sul valore affettivo e
sulla qualità della relazione che unisce i divorziati risposati. Il fatto che
spesso queste relazioni siano vissute con senso di responsabilità e con amore
nella coppia e verso i figli è una realtà che non sfugge alla Chiesa e ai suoi
pastori. Non c'è dunque un giudizio sulle persone e sul loro vissuto, ma una
norma necessaria a motivo del fatto che queste nuove unioni nella loro realtà
oggettiva non possono esprimere il segno dell'amore unico, fedele, indiviso di
Gesù per la Chiesa.
È chiaro che la norma che regola l'accesso alla comunione eucaristica non si
riferisce ai coniugi in crisi o semplicemente separati: secondo le dovute
disposizioni spirituali, essi possono regolarmente accostarsi ai sacramenti
della confessione e della comunione eucaristica. Lo stesso si deve dire anche
per chi ha dovuto subire ingiustamente il divorzio, ma considera il matrimonio
celebrato religiosamente come l'unico della propria vita e ad esso vuole restare
fedele.
E' comunque errato ritenere che la norma regolante l'accesso alla comunione
eucaristica significhi che i coniugi divorziati risposati siano esclusi da una
vita di fede e di carità effettivamente vissuta all'interno della comunità
ecclesiale.
Al cuore della vita di fede nel segno dell'attesa
La vita
cristiana ha certo il suo vertice nella partecipazione piena all'Eucarestia, ma
non è riducibile soltanto al suo vertice. Come in una piramide, anche se privata
del suo vertice, la massa solida non cade, ma rimane.
Potersi comunicare nella Messa è certamente per i cristiani di singolare
importanza e di grande significato, ma la ricchezza della vita della comunità
ecclesiale, che è fatta di moltissime cose condivisibili da tutti, resta a
disposizione e alla portata anche di chi non può accostarsi alla santa
comunione.
La stessa partecipazione alla celebrazione eucaristica nel Giorno del Signore
comporta anzitutto l'ascolto attento della parola di Dio e l'invocazione comune
fatta allo Spirito perché ci renda capaci di riviverla con fedeltà nell'attesa
del Signore che viene.
In particolare è proprio l'attesa della venuta del Signore e dell'incontro
definitivo con lui che sta al cuore della fede cristiana, come ci dice la Chiesa
nella sua liturgia immediatamente prima della comunione eucaristica:
"nell'attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro salvatore Gesù
Cristo". Egli infatti è già venuto, ma deve ancora venire e manifestare in
pienezza la gloria del suo regno d'amore. E noi siamo già figli di Dio, ma ciò
che realmente siamo non ancora è manifestato in tutto il suo splendore.
Vi chiedo perciò di partecipare con fede alla celebrazione eucaristica, anche se
non potete accostarvi alla comunione: sarà per voi uno stimolo a intensificare
nei vostri cuori l'attesa del Signore che verrà e il desiderio di incontrarlo di
persona con tutta la ricchezza e la povertà della nostra vita. Non
dimentichiamolo mai: la Messa comporta sempre per sua natura una "comunione
spirituale" che ci unisce al Signore e, in lui, ci unisce ai nostri fratelli e
sorelle che si stanno accostando alla sua mensa.
In una sua recente lettera il Papa Benedetto XVI, dopo aver riaffermato la non
ammissibilità dei divorziati risposati alla comunione eucaristica, prosegue
dicendo che essi "tuttavia, nonostante la loro situazione, continuano ad
appartenere alla Chiesa, che li segue con speciale attenzione, nel desiderio che
coltivino, per quanto possibile, uno stile cristiano di vita attraverso la
partecipazione alla santa Messa, pur senza ricevere la Comunione, l'ascolto
della Parola di Dio, l'Adorazione eucaristica, la preghiera, la partecipazione
alla vita comunitaria, il dialogo confidente con un sacerdote o un maestro di
vita spirituale, la dedizione alla carità vissuta, le opere di penitenza,
l'impegno educativo verso i figli" (Sacramentum caritatis, n. 29).
Chiedo dunque a voi, sposi divorziati risposati, di non allontanarvi dalla vita
di fede e dalla vita di Chiesa.
Chiedo di
partecipare alla celebrazione eucaristica nel Giorno del Signore.
Anche a voi è rivolta la chiamata alla novità di vita che ci è donata nello
Spirito.
Anche a vostra disposizione sono i molti mezzi della Grazia di Dio.
Anche da voi la Chiesa attende una presenza attiva e una disponibilità a servire
quanti hanno bisogno del vostro aiuto.
E penso anzitutto al grande compito educativo che come genitori molti di voi
sono chiamati a svolgere e alla cura di relazioni positive da realizzare con le
famiglie di origine.
Penso poi alla testimonianza semplice, se pur sofferta, di una vita cristiana
fedele alla preghiera e alla carità.
E ancora penso anche a come voi stessi, a partire dalla vostra concreta
esperienza, potrete essere di aiuto ad altri fratelli e sorelle che attraversano
momenti e situazioni simili o vicine alle vostre.
In particolare per la situazione di alcuni di voi ripeto quanto ha scritto
Giovanni Paolo II: "E' doveroso anche riconoscere il valore della testimonianza
di quei coniugi che, pur essendo stati abbandonati dal partner, con la forza
della fede e della speranza cristiana non sono passati ad una nuova unione:
anche questi coniugi danno un'autentica testimonianza di fedeltà, di cui il
mondo oggi ha grande bisogno. Per tale motivo devono essere incoraggiati e
aiutati dai pastori e dai fedeli della Chiesa" (Familiaris consortio, n. 20).
Con tutti voi, facendo mie le parole dei Vescovi delle altre Chiese di
Lombardia, chiedo allo Spirito santo "che ci ispiri gesti e segni profetici che
rendano chiaro a tutti che nessuno è escluso dalla misericordia di Dio, che
nessuno è mai da Dio abbandonato, ma solo sempre cercato e amato. La
consapevolezza di essere amati rende possibile l'impossibile" (Lettera alle
famiglie, n. 28).
Il Signore, che è in mezzo a noi, vi è vicino
Vado a chiudere
questa mia lettera, con cui ho cercato di mettere il mio cuore accanto al
vostro, cari sposi che attraversate situazioni difficili, di crisi, di
separazione o che vi siete risposati civilmente dopo il divorzio.
Non ho certo la pretesa di aver compreso tutto quello che è nel vostro cuore, né
di aver dato risposta alle molte domande che avreste da porre! E tuttavia credo
che abbiamo potuto iniziare un dialogo in cui comprenderci con più verità e
amore reciproco. Spero possa essere un dialogo che continui, con la semplicità e
l'amore che mi hanno guidato nello scrivere questa lettera. Un canale
privilegiato potrà essere quello del dialogo con i vostri sacerdoti.
Vi invito a cercarli, a dialogare con loro, ad aver fiducia in loro. Per alcuni
di voi, forse, non sarà facile ricostruire una relazione serena con la Chiesa se
non dopo aver parlato con tutta libertà e sincerità con un sacerdote di vostra
fiducia.
Non chiedete ai sacerdoti di indicarvi soluzioni facili o scorciatoie
superficiali. Cercate nei vostri preti dei fratelli, che vi aiutino a
comprendere e a vivere con semplicità e fede la volontà di Dio: con voi sappiano
ascoltare la parola di Dio, che è esigente ma sempre vivificante; vi siano di
aiuto a proseguire, anche in questi momenti, nella comunione con la Chiesa.
Sempre in una prospettiva di dialogo, vi auguro di cuore di poter incontrare
anche coppie e famiglie cristiane che, ricche di umanità e di fede, sappiano
accogliervi, ascoltarvi e camminare insieme con voi sulla strada che tutti siamo
chiamati a percorrere nella vita: quella dell'amore per Dio e per il prossimo.
Vi sono grato di avermi accolto realmente nella vostra casa.
Prego con voi il Signore perché ci doni di poter sempre, tutti insieme come
fratelli e sorelle nella stessa Chiesa, sperimentare la certezza consolante e
incoraggiante che "il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito" (Salmo 34,19) e
che il suo amore è sempre in mezzo a noi!
+ Dionigi card.Tettamanzi
Arcivescovo di Milano
Milano, Epifania del Signore 2008