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L’EDITORIALE

 LA COMUNITA' CRISTIANA E LE CONVIVENZE:
E' L'ORA DEL CONFRONTO

Il “periodo di prova” in attesa di sposarsi: un modello sempre più diffuso tra i giovani, che sfida la Chiesa a cercare linguaggi nuovi, più freschi e realistici, per parlare del matrimonio


di Luciano Moia

Ogni anno circa 400mila uomini e donne, da Nord a Sud, si presentano in parrocchia per chiedere di sposarsi. Provengono da situazioni sociali ed economiche diverse. Hanno alle spalle gli studi, le esperienze, i percorsi personali più svariati. Svolgono ogni tipo di lavoro e, molto spesso, sperimentano la condizione incerta e scomoda del precariato. Ci sono però almeno due aspetti che si ritrovano in modo uniforme nella maggior parte di loro. Non sono più ragazzi, visto che il 55 per cento ha più di 30 anni – al Nord la percentuale dei “fidanzati anziani” sale al 64 per cento - e vivono con impegno e fatica il loro essere cristiani. L’impegno è facile desumerlo dalla volontà di sposarsi davanti all’altare, nonostante ciascuno di loro, senza distinzioni, sia stato immerso per anni in una disorientante cultura di qualunquismo spirituale. E si sia confrontato con sollecitazioni culturali e mediatiche segnate da leggerezza relazionale, affettività a tempo determinato, pansessualismo ossessivo e ludico.
Eppure adesso sono lì, insieme, davanti al parroco, a chiedere di capire qualcosa in più di questo matrimonio cristiano che fino a ieri avevano considerato, se non con perplessità e sospetto, almeno con grande cautela o addirittura con timore. Alla fine si sono decisi, hanno messo da parte i dubbi, hanno deciso di non assecondare gli inviti alla prudenza di coloro che, per esempio, guardano alle statistiche sempre più corpose delle separazioni e dei divorzi per concludere che “è meglio non rischiare”.
Qualcuno potrebbe chiedersi: ebbene, cosa c’è di eccezionale e di straordinario nella volontà di sposarsi? C’è che questi “vecchi” ragazzi, a differenza dei loro genitori e dei loro nonni, vanno controcorrente verso una scelta che, soprattutto oggi, richiede dosi massicce di consapevolezza, di coraggio, di capacità di prendere le distanze dai modelli culturali dominanti. Intuiscono che quel “sì” all’altare non può essere gesto emotivo e neppure casuale. E – ancora meno – sbocco inevitabile e scontato. Anzi, il fatto che a differenza della maggior parte dei loro coetanei abbiano affrontato, vissuto, sopportato e finalmente sconfitto tanti impulsi divergenti e contraddittori, rende il loro approdo originale e importante. Soprattutto mai scontato se - come spiega la ricerca Cisf che presentiamo nelle pagine interne - tanti di loro hanno alle spalle anni di convivenza. Al Nord la maggior parte dei fidanzati (52%) decide di frequentare i vari percorsi di preparazione al matrimonio solo dopo un periodo più o meno lungo di vita in comune. A livello nazionale questa percentuale scende a una coppia su tre. Ma occorre chiedersi se non si tratti di una stima per difetto. Se non siano di fatto largamente maggioritarie le convivenze, almeno come stile di vita, come prassi diffusa e accettata, anche se concretamente limitata al weekend e alle vacanze.
In ogni caso – e qui sta la fatica - il passaggio dalla convivenza al matrimonio rappresenta per questi ragazzi d’antan il superamento problematico di uno steccato culturale e spirituale. Coloro che hanno preso questa decisione con animo sincero - senza condizionamenti derivanti dal desiderio di adeguarsi a una tradizione o di assecondare le richieste di genitori e parenti – devono mettere in conto la fatica di confrontarsi con una condizione prospettica diversa, di fronte alla quale però rispetto e misura consigliano di sospendere ogni giudizio di merito. Agli occhi di tanti di loro infatti, in particolare dei più anziani, parlare di maturazione affettiva e di riscoperta della fede nel passaggio dalla convivenza al matrimonio potrebbe addirittura sembrare offensivo. Nessuno può attestare infatti con prove sicure che una convivenza – al di là di ogni valutazione dottrinale – non possa essere portata avanti con serietà, rispetto reciproco, sostanziale fedeltà. E neppure che da questa esperienza a due “senza certificazione” siano state escluse o negate prospettive spirituali.
Anzi, il fatto che dopo due, tre o più anni di convivenza un numero così imponente di fidanzati avverta l’intima sollecitazione a pensare al matrimonio cristiano, sembrerebbe dimostrare che, anche con modalità diverse, magari nel turbamento e nella sofferenza, nell’incertezza e nella confusione, quelle due persone non hanno mai smesso di pensare al loro rapporto con Dio.
Proprio in questo snodo apparentemente conflittuale si nasconde la questione più problematica. Si tratta di capire da quali ragioni, quali pensieri, quali convinzioni siano stati indotti a quella sorta di “unione di prova” che, a un giudizio esterno e forse sommario e generico, potrebbe apparire segnata da incertezza e aleatorietà. Gli esperti che si sono occupati del problema hanno suddiviso le convivenze in due grandi categorie, quelle maturate sulla base di una scelta di opposizione anche ideologica al matrimonio e quelle motivate dal desiderio di “provare a stare insieme”, una sorta di rodaggio prolungato nella convinzione che l’amore di coppia sia messo in questo modo al riparo – e spesso non è così - dal rischio di sbandare alla prima curva. Il primo modello sembra prevalente nei Paesi anglosassoni e negli Stati Uniti. Il secondo potrebbe essere definito la “via italiana” alla convivenza. E si tratterebbe nella maggior parte dei casi di un periodo di verifica, in attesa che maturino le condizioni – anche economiche, abitative e di lavoro – per compiere il grande passo del matrimonio.
Una situazione concreta, sempre più imponente nei numeri e sempre più radicata anche nelle nostre comunità, da cui continuano comunque a sfociare tante vocazioni alla vita coniugale. Allora, se è vero che non esistono vie principali e vie secondarie per arrivare a Dio, invece di demonizzare il presente e di rimpiangere modelli di fatto superati, perché non darsi da fare per trasformare anche le convivenze in un periodo fecondo di riflessione e di crescita? Forse si tratta di un’occasione propizia per rinfrescare le modalità e il linguaggio con cui viene presentato l’annuncio del matrimonio. Forse i voli altissimi a cui certa teologia nuziale ha fatto ricorso per delineare l’ideale della vita a due, più che attrarre i giovani, ha finito per impaurirli e allontanarli. Forse riconsiderare le convivenze nel segno di un’accoglienza positiva e dialogante, può diventare un esercizio di umiltà e di realismo per rimotivare la scelta dell’amore maturo e responsabile, secondo schemi più vivaci, meno elitari e meno clericali, capaci finalmente di fare breccia nelle incertezze e nel disorientamento in cui si affanna un’intera generazione.