Chi si “sporca le mani” con i giovani?
Alla vigilia della Gmg di Sidney, riflessioni su una
generazione sfortunata perché assediata dai consumi e abbandonata dagli
adulti. Ma nella proposta della Chiesa risplende la speranza
di Davide Rondoni
Non ho mai sopportato la categoria “giovani”. La si usi, d’accordo, ma
se chiunque mi avesse detto, quando avevo 18-20 anni, che io facevo
parte dei “giovani” l’avrei guardato male, di sbieco. Insomma, nulla
rifugge il ricorso a categorie generiche quanto la precisa acutissima
percezione dell’avventura personale che si vive quando si è ragazzi. Nel
momento in cui si comincia a dire “io” con una maggiore forza, con una
maggiore insofferenza rispetto a tutto ciò che quell’”io” pare
mortificare. Del resto, parlare di giovani è uno degli sport più in voga
da decenni, e quasi sempre si tratta di chiacchiere vane. Di sociologia
facile o di lamentele senza costrutto. Nel ’68 è stato fatto un “mito”
della gioventù, un mito politico. Per gli antichi, invece, la giovinezza
era un’età cara agli dei, il momento del fulgore della vita. Ora invece
quasi più nessuno parla dei “giovani”, se non i commercianti di
qualcosa. E ormai l’asticella che segna l’inizio della gioventù si è al
tempo stesso spostata paurosamente verso il basso (ci sono comportamenti
giovanili che iniziano a 12-13 anni) e verso l’alto (altri comportamenti
non cessano fino ai 30-35 anni). Sarei dunque per abolire la categoria.
Non esistono “i giovani”. Non solo perché la fascia interessata è quanto
mai disomogenea – cosa ha che fare da tutti i punti di vista un ragazzo
di 16 anni con uno di 22 ?
Piuttosto che insistere sulla categoria “giovani”, sarebbe ad esempio
più “scientifico” istituire la categoria: “donne di mezza età”,
comprendendovi tutte le donne, signorine, maritate, zitelle o spaiate
per scelta, dai 30 ai 45 anni. Voglio dire, insomma, che si usi la
parola “giovani”, ma ci si accontenti, con questa indicazione, di
osservare genericamente la presenza di persone non adulte. E punto. Per
questo, i “giovani” a cui si rivolge da un po’ di tempo la Chiesa con le
Giornate mondiali della gioventù avviate sotto Papa Giovanni Paolo II,
sono giovani molto generici. Non c’è un “tipo” di giovane a cui la
Chiesa si rivolge. Sono tutti quelli che per età stanno nella banda
giovane della popolazione. La Chiesa non si affida alle occhiute agenzie
di marketing, che per conto delle aziende individuano target e tipologie
di clientela giovanile. Si affida al cuore dei ragazzi e fa loro una
proposta di impegno con la vita. Intorno invece si moltiplicano mille e
mille proposte di consumo delle cose e di stessi, e si trascina una
delinquenziale incuria degli strumenti e delle istituzioni volte al
compito educativo. Una generazione sfortunata, verrebbe da dire, quella
dei nostri ragazzi: a loro il mondo degli adulti ha venduto strumenti
efficacissimi per spostarsi, per comunicare, per intrattenersi, e però
ha offerto scuole e luoghi educativi scadenti, mediamente trasandati,
oscurati da burocrazia e avvilimenti professionali. Anche la Chiesa ha
molte e molte volte fallito il suo compito: ha avuto preti ed educatori
che ritenevano di “avere con sé” i giovani poiché tenevano qualche
sermoncino o apparecchiavano qualche cinema parrocchiale o una sala da
biliardo. O perché trasformavano il cristianesimo in un discorso che
seguiva la moda dei temi imposti dal mondo o dalla politica del momento:
la pace, l’ambiente, o altro. O perché magari facevano in chiesa musica
“rock” ma solo un pelo più morigerata (e dunque molto più bruttina) di
quello che i giovani amano. In questo contesto, dove i ragazzi –come
sempre è avvenuto - si coagulano dove capita in crocchi, in bande, in
riunioni di tipologia e gusti, mancano disperatamente adulti che con
loro passino il tempo, si spendano in una proposta, in una condivisione.
Molti sono gli adulti che si sfregano le mani per i soldi carpiti ai
ragazzi vendendo telefoni, computer, programmi, musica o ritrovi. Pochi
gli adulti che si sporcano le mani con le domande, le irrequietudini, lo
splendore misto a magma, dei ragazzini e dei giovani. In questo contesto
la Chiesa, unica e sola sta ponendo con coraggio la “emergenza
educativa”. Da tempo ne parlano suoi esponenti laici, e poi sacerdoti e
ora il Papa. Non si tratta di un facile allarme: ma la considerazione
che sale dall’esperienza. Dal ritrovarsi comunque la vita della Chiesa
continuamente a contatto con la vita dei ragazzi, delle famiglie, e
spesso nelle penombre dove la vita di molti ragazzi rischia di perdersi.
Le GMG, grandi eventi che rappresentano la miriade di piccoli eventi in
cui la Chiesa si fa proposta ai ragazzi, è diventata un segno della
nostra epoca. Di questo tempo rischioso e ferito, e perciò ancor più
sorprendente di speranza.