di Marco Tarquinio
Fare argine alla precarietà di vita che segna sempre più la
nostra società. E servire la vita, prendendoci cura gli uni
degli altri e continuando a stare sempre e solo dalla parte
della persona umana, «nella sua interezza». Il messaggio che i
vescovi hanno deciso di inviare ai cattolici italiani e a ogni
donna e uomo di buona volontà in occasione della 32esima
Giornata nazionale per la vita si fa carico in questi termini
del peso ulteriore e troppe volte drammatico che la grande crisi
ha scaraventato sulla quotidianità di tante famiglie e di tanti
singoli. Richiama l'attenzione sulle situazioni di indigenza e
di bisogno rese più acute e dolorose da una tempesta
economico-finanziaria che ha fatto grandinare numeri sballati,
scoperchiato vergogne affaristiche e stravolto progetti ed
esistenze. E chiama tutti noi che «conosciamo Cristo» a
testimoniare con la passione di sempre eppure con un'urgenza
nuova il valore della vita umana, esercitando il «dovere» di
riconoscere e denunciare i «meccanismi» che producono povertà e
disuguaglianza e feriscono «soprattutto i più deboli e
indifesi».
Ogni tempo dell'uomo, lo sappiamo, è un tempo di prova. E
purtroppo in ogni tempo accade che la vita dei piccoli e dei
senza difesa venga misconosciuta, colpita e, addirittura,
negata. Ma ogni tempo ha anche caratteristiche sue proprie.
Quello che stiamo vivendo propone difficoltà e insidie che
sembrano fatte apposta per enfatizzarne altre, già esistenti,
moltiplicandone gli esiti nefasti per la nostra comunità
nazionale (e non solo per essa) e inducendo una crescita del
tasso di insicurezza e di egoismo. E' proprio per questo, mentre
il 2010 è ancora giovane, che la riflessione sull'impegno per la
vita ci viene riproposta con accentuazioni un po' insolite che
fanno tornare alla mente temi e tempi forti dell'anno che ci
siamo appena lasciati alle spalle. Pensiamo solo ai gesti
esemplari e "contagiosi" - perché tesi, appunto, a suscitare una
solidarietà diffusa e iniziative analoghe di altri soggetti
istituzionali - con cui Conferenza episcopale e Diocesi hanno
promosso fondi di sostegno alle famiglie e alle imprese
investite dalla crisi. O alla parola forte e alla presenza
collaborativa (con autorità e realtà civili) spese dai nostri
Pastori in tutte le situazioni di emergenza create dai disastri
(non solo naturali) che si sono abbattuti su realtà piccole e
grandi della nostra Italia: dalla ricostruzione post-sismica
nell'Aquilano al complicato dopo-alluvione nel Messinese e al
disorientante dopo-terremoto in una minuscola porzione d'Umbria,
dalla crisi occupazionale in Sardegna al disagio crescente in
importanti realtà industriali del Centro-Nord. Segni chiari,
segni di speranza e di contraddizione.
«Nessuno si salva da solo», continua infatti a rammentarci
Charles Peguy. Ed è quanto mai opportuno tenerlo a mente in
questi mesi di crisi, mentre continua a emergere e rischia di
accentuarsi una preoccupante tendenza ad affievolire gli impegni
reciproci, ad allentare i legami di solidarietà, a non accettare
accanto a sé presenze scomode e, comunque, "ingombranti". Il
mito della "qualità della vita" porta a smarrire il senso della
vita e a squalificare le vite che sono o vengono percepite come
inadeguate o imperfette, vite minori e d’insuccesso: il bambino
non nato, il disabile o il malato grave, l'anziano non
autosufficiente, l'immigrato a cui si chiede e dà lavoro ma non
vita civile, il disoccupato che pesa sulla fiscalità generale,
il padre separato divenuto barbone, la madre abbandonata, la
donna sola che cerca un'alternativa alla "libertà" di abortire e
non riesce a trovarla nei labirinti libertari costruiti attorno
al suo dramma.
«Nessuno si salva da solo». E’ proprio necessario ricordarlo in
un momento storico in cui il montare dell’onda degli egoismi
viene o sottovalutato o addirittura nobilitato come un
conquistato approdo di autonomia e di autodeterminazione. Ci
sono "architetti" che progettano una società di persone sole.
Noi no. E anche il tempo della crisi può diventare un'occasione
per affermarlo nei fatti. Per ribadire che c’è ancora e sempre
un’alternativa a quello sguardo cupo ed escludente, che non sta
scritto che nella sofferenza si debba essere soli e che la
disperazione può e deve essere vinta. Il popolo della vita lo
dimostra nelle opere e nei giorni. Con riconoscenza, con
coraggio e con pazienza.