Dal Messaggio dei vescovi per la Giornata del 1° febbraio un
forte richiamo alla vicinanza e all’amicizia con chi soffre.
Perché le scelte di morte – dall’aborto all’eutanasia – siano
sconfitte dalle scelte di vita
di Dino Boffo
Sofferenza e forza della vita. C’è uno stretto confine tra le
due espressioni che i vescovi hanno scelto per dare un titolo al
Messaggio per la 31ª Giornata nazionale per la vita. È la
sottile terra di nessuno in cui ci ritroviamo sempre più spesso.
Quando? Ogni volta che incontriamo una sofferenza, nostra e
altrui; e siamo chiamati a darle una risposta.
La sofferenza è tanta. A volte è clamorosa, manifesta, gridata e
si impone perfino sui mass-media. Molto più spesso è silente e
nascosta e si consuma nell’ombra. Il Messaggio evoca alcune di
queste forme di sofferenza. Soffre la donna che non riesce ad
accettare la vita che le sta crescendo in grembo, soffre fino al
punto di considerare quella vita una minaccia, la causa di
ulteriori disagi e nuove sofferenze. Soffre chi è affetto da
malattie degenerative che senza scampo gli chiudono ad una ad
una tutte le finestre sul mondo: muoversi, parlare, toccare,
accarezzare, sorridere, gustare il cibo, comunicare… Soffrono i
parenti di chi vede il proprio caro in coma, per giorni, mesi e
anni, e non intravedendo una via d’uscita soffrono d’una
sofferenza che solo loro possono conoscere. Soffre, in generale,
chi è solo e non è amato da nessuno. Soffre chi ha perso - forse
non ha mai avuto davvero - uno scopo per vivere e si trascina
giorno dopo giorno come chi cammina nella nebbia, tutta uguale e
tutta insensata.
A tutte queste forme di sofferenza è possibile dare
sostanzialmente due risposte: di morte o di vita. Da una parte o
dall’altra del confine. La prima è sicuramente più facile e
sbrigativa, a tal punto che alcuni la spacciano per la vera
"scelta dettata dall’amore". La seconda è più difficile e può
accadere che molte persone "di confine" abbiano la sensazione di
non possedere la forza necessaria per farcela.
La scelta della morte è una porta che si chiude per sempre. La
scelta della forza della vita è una porta che si apre: alle
relazioni, ad uno scopo, a nuovi progetti. La scelta della morte
è un grande "no". La scelta della forza della vita è un grande
"sì", a dimostrazione che questo soprattutto la Chiesa dice: sì.
Il Messaggio è pieno di sì. Sì all’amicizia, alla vicinanza,
alla solidarietà. Sì alle cure palliative. Sì alla ricerca,
quella che cerca i rimedi e allevia la sofferenza. Sì agli
interventi che consentano a tutti di comunicare e vivere una
vita degna, anche se costretta in una carrozzella o in un letto.
Di no ce n’è uno solo: alle scelte di morte. No all’aborto,
l’opzione di chi pensa di alleviare così la propria sofferenza e
non sa che ne genera altra, condannandosi a convivere con una
ferita che mai si potrà rimarginare del tutto. No all’eutanasia,
anche se spacciata per diritto all’autodeterminazione. No a
tutto ciò che renda l’uomo simile ad un oggetto, a una merce, a
un ingombro.
Da un lato la sofferenza, dunque. Dall’altro la forza; anzi la
fortezza, virtù di chi vive la propria vita, e la propria
sofferenza, a testa alta. È la virtù più preziosa in un tempo,
il nostro, che appare dominato dall’accidia, la vera e profonda
causa della sofferenza. Accidia: una parola estranea al nostro
vocabolario. Potremmo tradurla con negligenza, indifferenza,
trascuratezza, instabilità, pessimismo, sconforto, noia, ma
senza cogliere nel segno. Accidia, oggi, è la condizione di chi
non padroneggia la propria vita, non sa darle una direzione, ha
smarrito lo scopo. Di chi detesta tutto ciò che ha e desidera
tutto ciò che non ha, salvo detestarlo non appena se ne
impossessa. Di chi non sa più perché sta vivendo. È la
condizione del consumista triste convinto che la soluzione più
"facile" e sbrigativa sia sempre e comunque la migliore. Fosse
pure la morte. L’accidia è l’incapacità di sentir vibrare il
proprio cuore, di appassionarsi davvero alla famiglia e alla
professione, di perseguire un grande progetto di vita. Se ciò è
vero, l’accidia è forse il più diffuso vizio sociale e ciò che
sta dietro i cento volti della sofferenza dell’uomo d’oggi. È
una condizione che, in epoca non sospetta, ben descriveva
Gustave Flaubert: "Mi sembra di attraversare una solitudine
senza fine, per andare non so dove".
Eccolo dunque il confine. È tra accidia e fortezza, quella
"forza della vita" che i vescovi additano a tutti gli uomini che
vogliono resistere e dare una speranza a sé e agli altri. Un
altro scrittore, John R. R. Tolkien, nel suo capolavoro, Il
signore degli anelli, la incarna in Frodo, il piccolo hobbit con
un compito immane, non un eroe ma un individuo fragile e
normale, soggetto a tristezze e tentazioni. Eppure con due
grandi risorse: la fede e gli amici. Tolkien ci dice che sulla
strada verso la fortezza non siamo soli. Gli uomini, e
specialmente i cristiani, sono un popolo. Si fanno compagnia: la
Compagnia dell’anello, che nasce a Gran Burrone su mandato di
Elrond, re degli elfi. Una compagnia di uomini, nani, elfi e
hobbit: hanno bisogno gli uni degli altri per la salvezza della
Terra.