Home Su

 

 

Servire la vita

1978/2008 – TRENT’ANNI DI LEGGE 194
VOGLIAMO IL “TAGLIANDO”

Selezione genetica, aborti tardivi oppure “chimici”, nessun sostegno alle donne: ecco come viene sistematicamente violata la normativa sull’Ivg

 di Eugenia Roccella

“Cosa ci tocca difendere”: così, nel marzo scorso, “Avvenire” ha titolato un editoriale sulla legge 194 che regola l’interruzione volontaria di gravidanza. L’evento che aveva provocato l’articolo era un caso avvenuto all’ospedale Careggi di Firenze: l’aborto, effettuato alla 23° settimana (quindi alle soglie del sesto mese di gravidanza), di un bimbo a cui era stata diagnosticata un’atresia dell’esofago. Ma la malformazione si era rivelata inesistente, il piccolo Tommaso era nato vivo, e la sua breve lotta per sopravvivere è stata uno sconvolgente atto d’accusa contro l’aborto oltre i 90 giorni come metodo per selezionare il figlio “sano”.
Ogni volta che un episodio del genere viene alla luce, si riapre la polemica tra chi è a favore di una legge sull’aborto e chi no, e il dibattito etico e politico si arroventa. Eppure, anche semplicemente applicando con serietà le norme attuali, i casi come quello del Careggi si eviterebbero. L’articolo 7 della legge 194, infatti, vieta l’interruzione di gravidanza “quando sussista la possibilità di vita autonoma del feto”, a meno che non ci sia rischio di morte per la madre. La stessa esistenza di Tommaso ha dimostrato con drammatica evidenza che oltre le 22 settimane le possibilità di un neonato prematuro di sopravvivere cominciano ad essere consistenti, come alcuni neonatologi, tra cui Carlo Bellieni (vedi articolo nelle prossime pagine, ndr), da tempo si affannano a ripetere. Quello che è successo al Careggi non è stato, dunque, un caso di malasanità, ma una palese violazione della legge 194, che nessuno però, ha voluto sottolineare e tantomeno punire.

Anche la lotta contro la selezione genetica, contro la distinzione tra chi ha diritto di nascere perché “sano” e chi invece si può eliminare perché portatore di una qualche imperfezione, si potrebbe condurre senza modificare la normativa. L’eugenetica, un tempo imposta in modo autoritario dai governi, oggi viene sollecitata direttamente dai genitori, attraverso il mito della libera scelta. Il figlio è assimilato sempre di più a un diritto, come fosse “qualcosa” che appartiene ai genitori, e che questi ultimi devono poter scegliere. Una recente ordinanza emessa dal tribunale di Firenze, per esempio, ha dichiarato legittima la diagnosi preimpianto dell’embrione nella fecondazione assistita, per impedire la trasmissione ai figli di gravi malattie. Può sembrare un gesto di comprensione nei confronti di chi sa che generare un figlio vuol dire correre il rischio di farlo venire al mondo con pesanti problemi di salute. Ma la legge sulla procreazione assistita non serve per selezionare i bambini e garantire che nascano perfetti: è stata fatta solo per le coppie sterili, per offrire un’opportunità a chi non riesce ad avere figli. E’ naturale desiderare un bimbo sano, ma i desideri non sono diritti, e ciascuno, nella propria esistenza, deve fare i conti con il limite, la fragilità umana, l’impossibilità di ottenere qualcosa. Se accettassimo l’impostazione data dal giudice fiorentino, faremmo entrare per la prima volta nella legislazione italiana un principio esplicitamente e ferocemente eugenetico.

La legge sull’aborto, a cui tanti si appellano per giustificare la legittimità della diagnosi preimpianto (in questo modo, si dice, si evita alla donna di abortire), non è eugenetica. L’aborto oltre i tre mesi è consentito solo quando c’è “grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna”. Si obietterà che nella pratica si ricorre a questa formula per legittimare l’eliminazione di feti con qualche anomalia, ma la differenza non è da poco: un conto è aggirare la norma, ricorrendo a medici compiacenti che stilano certificati fasulli, un conto è stabilire per legge il principio che la vita non ha la stessa dignità e lo stesso valore se si è malati o disabili. Nel primo caso si tratta di un’applicazione sbagliata, che volendo si può correggere (per esempio con un maggiore controllo); nel secondo si tratta di legittimare, una volta per tutte, una disuguaglianza tra gli uomini, di stabilire “tu sì”, “tu no”.

La 194 ha ormai trent’anni, e li dimostra; le nuove tecniche mediche (diagnosi prenatali o pillola abortiva Ru486, per esempio) e le scelte che implicano, tendono a svuotarla di senso, approfittando delle incertezze interpretative. La Ru486 è attualmente al vaglio dell’Aifa, l’ente di controllo farmacologico italiano. L’aborto con la pillola è più rischioso, doloroso, lungo, incerto di quello con il metodo tradizionale, ma nel nostro Paese sembra vero il contrario. Nessuno dà peso al fatto che il tasso di mortalità con il metodo chimico è 10 volte più alto di quello con il metodo chirurgico, né che nel mondo sono già morte almeno 16 donne in seguito a complicazioni varie. La verità è che l’introduzione della pillola serve a svuotare dall’interno la legge 194, che prevede l’obbligo di praticare l’interruzione di gravidanza all’interno delle strutture pubbliche. Con la Ru486 l’aborto invece si fa a casa, in solitudine: il medico consegna alla donna il foglietto con le istruzioni, gli antidolorifici e le pillole, e si libera dal problema. Nei Paesi dove la pillola abortiva è stata introdotta, come la Francia, la legge dopo qualche anno è stata cambiata, per adeguarla a una diffusione più capillare e priva di controlli, anche sanitari, dell’aborto: questo è il motivo per cui politici e amministratori locali l’hanno promossa e sostenuta.

Poiché in Parlamento non c’è una maggioranza per modificare la 194, né in un senso né nell’altro, chi è favorevole a una liberalizzazione dell’aborto deve attuarla nella prassi, sperando che, attraverso questa, prima o poi si arrivi alla modifica della legge. Basta osservare con un po’ di attenzione cosa accade in tanti ospedali italiani per verificare che la legge 194 è in parte ancora inattuata, in parte male applicata, in parte violata. I primi due articoli, che riguardano la prevenzione e gli aiuti per le donne che vorrebbero tenere il figlio, sono da sempre lettera morta. In tutti questi anni solo l’ostinazione generosa dei volontari del Centri di aiuto alla vita ha permesso a tante donne di esercitare la libertà di essere madri anche in condizioni di difficoltà. Anche su questo punto, gli steccati tra chi è favorevole a una legge sull’interruzione di gravidanza e chi è contrario, tra “pro choice” e “pro life”, potrebbero essere superati da una comune buona volontà. Basterebbe porre una domanda un po’ diversa: chi vuole diminuire il numero di aborti? Chi vorrebbe che “il numero degli aborti tendesse a zero”, come ha scritto il “New York Times”, autorevole testata che da sempre è su posizioni “pro choice”? Da anni, ormai, ripetiamo che la prima parte della legge 194 deve essere applicata, altrimenti le donne non saranno mai veramente libere di non scegliere l’aborto. Soprattutto oggi, quando il numero di interruzioni volontarie di gravidanza scende tra le italiane ma sale drammaticamente tra le immigrate. L’esperienza dei Cav dimostra come per queste ultime basti qualche aiuto, talvolta davvero minimo, perché decidano di tenere il bimbo, e che sono i problemi economici, la paura e la solitudine che le spingono a rinunciare alla maternità.

Valga per tutte la vicenda a lieto fine di un Cav storico come quello della clinica Mangiagalli di Milano: la sua direttrice, la dottoressa Paola Bonzi, nel 2007 ha aiutato ben 800 donne a diventare mamme. Una cifra di tutto rispetto, che potrebbe essere moltiplicata per ogni ospedale in cui si praticano gli aborti. Poco prima del Natale Paola, alle prese con troppe difficoltà economiche (il Centro non ha mai avuto aiuti pubblici) si è dimessa, come ultimo gesto di protesta contro la disattenzione di politici e amministratori. E’ avvenuto un miracolo di Natale: sia la Regione che il Comune hanno stanziato somme considerevoli per l’attività del Cav Mangiagalli. Dunque, si può. Anche se Governo e Parlamento restano indifferenti, anche se la prima parte della legge continua a non essere applicata, anche se non si cambiano i consultori pubblici, si può fare un immediato gesto concreto di solidarietà. Le Regioni e i Comuni potrebbero contribuire a far vivere quello che già esiste, riconoscere i Centri di aiuto alla vita che già funzionano, dar loro una mano. Il miracolo di Natale potrebbe durare tutto l’anno.