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AIUTARE IL MATRIMONIO
BATTAGLIA DI CIVILTA’

Se si assottigliano i legami “forti” e si dilatano quelli “deboli” dovremo rassegnarci a vivere in una società instabile, frammentata, egoista. In una parola: peggiore

 di Luciano Moia

Ai denigratori del matrimonio indissolubile, agli oltranzisti della teoria che recita “mani e cuore libero”, a chi si ostina a vagheggiare la bellezza di uno stile di vita senza legami stabili e definitivi, andrebbero poste alcune semplici domande. Siete davvero convinti che voi stessi, i vostri amici, le vostre relazioni allargate, i vostri rapporti di lavoro, la società in cui vivete, in tutti i suoi complessi intrecci, sarebbero migliori se tutti, ma proprio tutti, si uniformassero alle vostre scelte affettive? Se i criteri di libertà, provvisorietà, instabilità che teorizzate e praticate nei vostri rapporti privati diventassero norma assodata nelle varie forme di relazioni pubbliche?
Cosa succederebbe se i valori forti che cementano un matrimonio riuscito – amore maturo, fedeltà, fecondità, stima, rispetto, progettualità, solidarietà, reciprocità, compartecipazione, collaborazione, vicinanza – scomparissero improvvisamente dall’orizzonte sociale per lasciare posto a quel clima indistinto di precarietà etica e di leggerezza relazionale propagandato dalla cultura dominante attraverso i media, le abitudini iperconsumistiche, le fiction tv, gli esempi dei cosiddetti vip?
Dobbiamo ammetterlo, sarebbe un disastro. Se sul lavoro, a scuola, in banca, ma anche – facendo riferimento alla più quotidiana normalità – al supermercato, nei rapporti con l’idraulico o con il meccanico dell’auto, il disimpegno o addirittura l’infedeltà sistematica prendessero il posto della fiducia e della correttezza reciproca, tutti saremmo d’accordo nel condannare la situazione e nel considerarla assurda e invivibile. Perché allora ciò che verrebbe giudicato detestabile nei rapporti pubblici, dev’essere innalzato a modello di vita desiderabile e intrigante nel privato?
Forse c’è in atto una sottile e impalpabile schizofrenia che ci impedisce di comprendere una verità tanto semplice quanto evidente: tra scelte intime e comportamenti sociali non ci possono essere fratture. Chi adotta determinati stili relazionali tra le pareti di casa sarà portato a replicare lo stesso atteggiamento, le stesse valutazioni, gli stessi comportamenti in tutte le altre circostanze della vita. E non si tratta davvero di una prospettiva auspicabile.
Qualche giorno fa l’Istat ha diffuso le stime degli indicatori demografici 2007 da cui risulta che il numero dei matrimoni va continuamente calando – erano 270mila sei anni fa, sono diventati 243mila lo scorso anno – mentre aumentano i figli nati fuori dal matrimonio. Erano il 12,3 per cento sei anni fa, sono diventati il 18,6 nell’ultima rilevazione. Una considerazione che ci fa capire, anche se l’Istat non lo dice esplicitamente, che sono in aumento anche le coppie di fatto. Solo su “Avvenire” abbiamo dato rilievo a questa allarmante prospettiva statistica. Sugli altri media la notizia è stata considerata con indifferenza o, addirittura, trattata con toni sottilmente compiaciuti, quasi a lasciare intendere che se il “vecchio” matrimonio arretra e le più “moderne” unioni libere si fanno strada, c’è da essere tutti soddisfatti. La verità invece è un’altra.
Noi dobbiamo dire con chiarezza che, se si assottigliano numericamente i legami “forti” del matrimonio e si dilatano i rapporti “deboli” delle unioni di fatto, dobbiamo rassegnarci a convivere con una società peggiore. Cioè ancora più frammentata, aleatoria, instabile, egoista e insicura dell’attuale. Senza entrare nell’ambito della fede e della teologia – dove i non credenti o i tiepidi avrebbero spunti per alzare barriere ideologiche alle nostre argomentazioni – ci sentiamo di testimoniare laicamente che il matrimonio è legame forte perché è risorsa sociale, perché offre prospettive di stabilità e progettualità, perché nasce da una scelta pubblica e responsabile che, attraverso la fecondità non soltanto biologica della coppia e attraverso l’educazione dei figli, trasmette alla società lo stile di vita virtuoso che lo caratterizza, proietta sul futuro di tutti quella speranza di bene costruita con fatica e sacrificio nell’intimo della propria unione. Le coppie di fatto rappresentano, al contrario, legami deboli perché – per libera scelta ed esplicita ammissione – rifiutano responsabilità pubbliche, progettualità, stabilità, vivono di provvisorietà e sono pronte a ridiscutere i propri orizzonti all’insorgere della più piccola difficoltà. Il fatto che questo succeda sempre più frequentemente anche alle coppie sposate non basta ad inficiare il valore del matrimonio-istituzione. Anzi, ci deve spingere a pensare nuove strategie per metterlo al riparo, per quanto possibile, da queste fragilità.
Ora, se alle coppie sposate spetta la responsabilità di testimoniare, giorno dopo giorno, che la bellezza di un legame tanto forte da diventare indissolubile si traduce in risorsa per se stessa, per i figli e per la società tutta, alla società spetta distinguere a quale modello di famiglia destinare risorse, sostegno e fiducia. Risorse che non significano soltanto politiche familiari finalmente adeguate perché specifiche, mirate, modellate alle reali esigenze familiari e non improntate a quel vago assistenzialismo a cui finora si è troppo spesso fatto riferimento. No, promuovere e sostenere il matrimonio significa soprattutto dare sostegno culturalmente, fattivamente, progettualmente alla coppia come risorsa sociale. Sappiamo quello che da sempre fa la Chiesa, con generosità e impegno, in tutte le sue articolazioni. Ma come è possibile che le istituzioni, in questo clima di crescente disgregazione, non avvertano la necessità di pensare a modalità nuove, ad atteggiamenti costruttivi, a scelte efficaci per motivare, sostenere e accompagnare questa sfida, che è poi quella decisiva, perché coinvolge gli stessi fondamenti antropologici della famiglia e quindi diventa battaglia di civiltà. Ai partiti che in questi giorni presentano i programmi per le elezioni del prossimo 13 aprile ci sentiamo di ribadire, rovesciandolo, lo slogan rimbalzato nei giorni del “Family day”: se il matrimonio va a rotoli, va a rotoli l’intero Paese.