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PAROLE SOTTO
L'ALBERO RICORDI, SENSAZIONI, MERAVIGLIE DELLA FESTA PIÙ GRANDE E PIÙ ATTESA DELL'ANNO NEL RACCONTO DI DUE POETI
C'è il peso di una crisi da cui non sappiamo se e come usciremo.
C'è la fatica di resistere, giorno dopo giorno, agli scossoni
del mercato che sbriciola certezze e maggioranze parlamentari.
C'è un senso diffuso di provvisorietà che pesa non solo sui
nostri sempre più evanescenti conti bancari, ma anche sulle
nostre coscienze e finisce per interrogare gesti e scelte,
decisioni e stili di vita. Eppure spunta la cometa e ci mettiamo
in marcia verso Betlemme. Speranza e voglia di rinascita.
Richiamo alle radici e invito a voltare pagina, a guardare in
alto, a liberare cuore e mente, a dare spazio all'infinito che
fa esplodere la nostra anima. Voglia di poesia, insomma. Così
vogliamo aprire questo numero natalizio, lasciando la parola ai
pensieri e ai ricordi proprio di due poeti importanti, una donna
e un uomo. Due punti di vista per aiutarci a riflettere e per
entrare un poco più a fondo in questo sconvolgente mistero
d'Amore chiamato Natale.
di Donatella Bisutti
Quando ero piccola andavo
a scuola dalle suore. L'attesa del Natale era
segnata dai cartoncini di auguri per i genitori,
con i fiocchi di neve sulla Santa Stalla. Si
cominciava molti giorni prima anche a scartare
le figurine riposte l'anno prima e a sistemare
la paglia. Natali ingenui e modesti in cui il
Presepe era al centro di tutto. Ma non per me. FELICITÀ CHE CATTURA ANCHE I NON CREDENTI di Roberto MussapiPer un lungo periodo della mia vita persi la fede e mi considerai "non credente". Dai quattordici ai ventinove anni. Ricordo ancora il disagio che provavo quando sentivo qualche amico o conoscente autodefinirsi "ateo". Per me "non credente" era ben diverso, anche perché credevo in moltissime cose: la poesia, la vita, la fratellanza.. Valori umani, cristiani e non solo cristiani. Ma mi accorsi subito di un'incoerenza nella mia consapevole condizione di non credente: credevo nel Natale. Assolutamente, fideisticamente, mai sfiorato dall'ombra di un dubbio. Non credevo che l'ordine dell'universo fosse mosso e orchestrato da un dio, ma fondato su un misterioso Nulla. Consideravo Cristo un uomo buono e generoso, non un figlio di Dio, capace di morire per noi e di risorgere. O meglio, credevo che fosse morto per noi, eroicamente, come tutti gli eroi che si sacrificano. Per essere un non credente piangevo spesso di commozione pensando a quel Cristo così coraggioso e altruista. Ma non era dio. Nonostante ciò, il ragazzo che studiava il pensiero dei filosofi e le meraviglie dei poeti, il ragazzo che non credeva esistesse un dio, e soprattutto un dio buono, in un mondo dove la legge prevalente era la morte, non metteva in discussione il Natale. Che Gesù a Natale nascesse, in una grotta, o una capanna, a seconda del presepe che impiantava mio padre (scenografo, tecnico delle luci, mandolinista, magnifico maestro e pasticcione di ogni Natale in famiglia), questo non era dubitabile. E che lo capissero leggendo le stelle i poveri pastori analfabeti, i contadini, i fabbri, i falegnami (le mitiche figure del Presepe), quel povero incantato della stella che guarda abbacinato dalla rivelazione, al pari dei saggi Magi, bellissimi, due bianchi e uno nero, venuti da Oriente, che conoscevano i segreti del cosmo e la prossima nascita di un Dio fatto uomo, su questo non avevo dubbi, era evidente, ovvio. Quando si cenava abbondantemente, festosamente, quando si accendevano le luci che scintillano e sprizzano faville e si festeggiava, insieme, io non mi sentivo affatto incoerente. Mi accorsi, con gli anni, che anche amici e conoscenti non credenti, o dichiarantisi atei, a Natale facevano un'eccezione, magari semplicemente "consumistica", come si diceva allora: regali, pensieri, bottiglie di vino o spumante. Non erano cedimenti consumistici, erano moti di felicità natalizia. Lo sappiamo tutti. Natale è la festa più potente che esista. E ora, in tempi di crisi, il Natale, spogliato di spese e orpelli a volte eccessivi , ridotto alla quintessenza, sarà ancora, e ancora di più, come sempre da quando Gesù è nato, il momento in cui tutti, credenti o meno, si trovano d'accordo. Per una notte e un giorno. Ma è una notte che muta lo scenario della nostra vita. Lo comprese e espresse insuperabilmente il grande Charles Dickens nel suo Racconto di Natale, ripreso mirabilmente da Walt Disney nel cartone animato Canto di Natale di Topolino. Consiglio quel libro e quel film. Dicono tutto quello che io non so dire, ma che avevo capito già allora, quando mi scoprii più attratto dal miracolo che dalle mie idee.
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