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PAROLE SOTTO L'ALBERO

 NATALE, QUALE POESIA AL TEMPO DELLA CRISI

RICORDI, SENSAZIONI, MERAVIGLIE DELLA FESTA PIÙ GRANDE E PIÙ ATTESA DELL'ANNO NEL RACCONTO DI DUE POETI

C'è il peso di una crisi da cui non sappiamo se e come usciremo. C'è la fatica di resistere, giorno dopo giorno, agli scossoni del mercato che sbriciola certezze e maggioranze parlamentari. C'è un senso diffuso di provvisorietà che pesa non solo sui nostri sempre più evanescenti conti bancari, ma anche sulle nostre coscienze e finisce per interrogare gesti e scelte, decisioni e stili di vita. Eppure spunta la cometa e ci mettiamo in marcia verso Betlemme. Speranza e voglia di rinascita. Richiamo alle radici e invito a voltare pagina, a guardare in alto, a liberare cuore e mente, a dare spazio all'infinito che fa esplodere la nostra anima. Voglia di poesia, insomma. Così vogliamo aprire questo numero natalizio, lasciando la parola ai pensieri e ai ricordi proprio di due poeti importanti, una donna e un uomo. Due punti di vista per aiutarci a riflettere e per entrare un poco più a fondo in questo sconvolgente mistero d'Amore chiamato Natale.

GESÙ BAMBINO E I DONI PERCHÉ CREDERCI ANCORA   

di Donatella Bisutti

Quando ero piccola andavo a scuola dalle suore. L'attesa del Natale era segnata dai cartoncini di auguri per i genitori, con i fiocchi di neve sulla Santa Stalla. Si cominciava molti giorni prima anche a scartare le figurine riposte l'anno prima e a sistemare la paglia. Natali ingenui e modesti in cui il Presepe era al centro di tutto. Ma non per me.
Allora abitavamo a Bergamo, dove l'albero di Natale non usava fare. Ma i miei, che venivano dal Friuli confinante con l'Austria, erano molto attaccati a quella tradizione nordica. Io ero l'unica, fra tutte le mie compagne, ad avere un albero di Natale. Devo dire che i miei genitori si impegnavano moltissimo per regalarmi con l'albero di Natale una magia indimenticabile. Una magia non banalmente consu-mistica, come è oggi, ma che potrei definire "mistica": infatti esso non era illuminato da luci elettriche ma da minuscole candeline di cera che venivano accese solo all'ultimo momento e solo allora avevo il permesso di entrare finalmente nella sala dove troneggiava un abete gigantesco, perché credo che il soffitto in quella vecchia casa fosse alto almeno tre metri e la sua punta arrivava a sfiorarlo. Le luci tremolanti della candeline creavano un'atmosfera incantata: quell'albero sfolgorante era ai miei occhi un miracolo e io credevo ciecamente che quelle luci si accendessero - come affermavano i miei - al passaggio di Gesù Bambino. Grazie a quella magia e alla mia fede, ecco che l'albero "pagano" diventava l'essenza stessa del miracolo del Natale. Era innanzitutto un miracolo di luce: quella luce nel buio invernale profondo della notte di Natale assumeva per la sua provenienza un senso sovrannaturale. Naturalmente allora non avrei potuto dire il significato di quella parola, ma come tale la vivevo. I regali erano importanti sì, ma venivano dopo. Era stato direttamente Gesù Bambino a far splendere quelle luci, su questo non nutrivo dubbi: non c'era allora, per fortuna, ancora nessuna traccia di un folcloristico "Babbo Natale" con il suo seguito di renne e il berretto rosso alla Walt Disney. Ancora oggi il ricordo di quell'attimo in cui la porta si spalancava sul Miracolo rimane nel profondo come un'iniziazione diretta, tangibile all'esistenza di un Mistero Assoluto : una certezza più reale del reale, su cui non era il caso di porre domande. E io di domande al riguardo non ne posi mai: non volevo scoprire nulla, lo accettavo, quel Mistero, nella sua interezza, legato al Fanciullo Divino, che non poteva essere visto. Più tardi, alcune compagne più smaliziate cominciarono a prendermi in giro:Ma tu ci credi ancora?,mi dicevano. Non lo sai che sono i genitori a mettere i regali? Io mi rifiutavo di ammetterlo. Loro insistevano: Ma sì, li abbiamo scoperti mentre li preparavano. Pensavano certo che fossi un po’ stupida Io invece mi sdegnavo: la mia fede nel miracolo rimaneva assoluta. A voi li porteranno i genitori, risposi, a me li porta Gesù Bambino. Poteva sembrare, la mia, superbia. Ma non era superbia. Fu quello il primo germe di una fede nel Mistero che doveva accompagnare tutta la mia vita.

 

FELICITÀ CHE CATTURA ANCHE I NON CREDENTI

di Roberto Mussapi

Per un lungo periodo della mia vita persi la fede e mi considerai "non credente". Dai quattordici ai ventinove anni. Ricordo ancora il disagio che provavo quando sentivo qualche amico o conoscente autodefinirsi "ateo". Per me "non credente" era ben diverso, anche perché credevo in moltissime cose: la poesia, la vita, la fratellanza.. Valori umani, cristiani e non solo cristiani. Ma mi accorsi subito di un'incoerenza nella mia consapevole condizione di non credente: credevo nel Natale. Assolutamente, fideisticamente, mai sfiorato dall'ombra di un dubbio. Non credevo che l'ordine dell'universo fosse mosso e orchestrato da un dio, ma fondato su un misterioso Nulla. Consideravo Cristo un uomo buono e generoso, non un figlio di Dio, capace di morire per noi e di risorgere. O meglio, credevo che fosse morto per noi, eroicamente, come tutti gli eroi che si sacrificano. Per essere un non credente piangevo spesso di commozione pensando a quel Cristo così coraggioso e altruista. Ma non era dio. Nonostante ciò, il ragazzo che studiava il pensiero dei filosofi e le meraviglie dei poeti, il ragazzo che non credeva esistesse un dio, e soprattutto un dio buono, in un mondo dove la legge prevalente era la morte, non metteva in discussione il Natale. Che Gesù a Natale nascesse, in una grotta, o una capanna, a seconda del presepe che impiantava mio padre (scenografo, tecnico delle luci, mandolinista, magnifico maestro e pasticcione di ogni Natale in famiglia), questo non era dubitabile. E che lo capissero leggendo le stelle i poveri pastori analfabeti, i contadini, i fabbri, i falegnami (le mitiche figure del Presepe), quel povero incantato della stella che guarda abbacinato dalla rivelazione, al pari dei saggi Magi, bellissimi, due bianchi e uno nero, venuti da Oriente, che conoscevano i segreti del cosmo e la prossima nascita di un Dio fatto uomo, su questo non avevo dubbi, era evidente, ovvio. Quando si cenava abbondantemente, festosamente, quando si accendevano le luci che scintillano e sprizzano faville e si festeggiava, insieme, io non mi sentivo affatto incoerente. Mi accorsi, con gli anni, che anche amici e conoscenti non credenti, o dichiarantisi atei, a Natale facevano un'eccezione, magari semplicemente "consumistica", come si diceva allora: regali, pensieri, bottiglie di vino o spumante. Non erano cedimenti consumistici, erano moti di felicità natalizia. Lo sappiamo tutti. Natale è la festa più potente che esista. E ora, in tempi di crisi, il Natale, spogliato di spese e orpelli a volte eccessivi , ridotto alla quintessenza, sarà ancora, e ancora di più, come sempre da quando Gesù è nato, il momento in cui tutti, credenti o meno, si trovano d'accordo. Per una notte e un giorno. Ma è una notte che muta lo scenario della nostra vita. Lo comprese e espresse insuperabilmente il grande Charles Dickens nel suo Racconto di Natale, ripreso mirabilmente da Walt Disney nel cartone animato Canto di Natale di Topolino. Consiglio quel libro e quel film. Dicono tutto quello che io non so dire, ma che avevo capito già allora, quando mi scoprii più attratto dal miracolo che dalle mie idee.