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IL PRIMO NATALE CON…

… TRE FIGLIE
VENUTE DA LONTANO

di Antonella Mariani

“Prima” non c’erano alberi di Natale, in casa L.
“Prima” fare il presepe era solo un’intenzione, un vago desiderio, ma le statuine non uscivano mai dal ripostiglio.
“Prima” i regali erano un po’ di circostanza, qualcosa di utile, qualcosa che serviva.
“Prima” in casa di bambini non c’erano mai stati.

Adesso… adesso è tutto diverso. Nel salotto – divani bianchi, scaffali stracolmi di libri illustrati per bambini – della bella casa in un centro residenziale alla periferia di Varese c’è un grande abete, decorato da angioletti confezionati con la pasta. E Giorgio ha finalmente trovato il tempo di allestirlo, il suo “presepe dei desideri”: è da perfezionare, con le montagne accartocciate, il sentiero di sassolini un po’ sghembo. Ma è la prima volta e anno dopo anno migliorerà.
Adesso, soprattutto, ci sono loro: Solange, Maria e Isabel. Così vicine d’età, così simili, con i loro capelli ricci e scuri, con gli occhi grandi, che si fa fatica a capire chi è la maggiore e chi la minore, chi è quella che va in terza elementare e chi quella che frequenta la prima, chi quella di 8, di 7 e di 6 anni. Sono arrivate dalla Colombia giusto un anno fa, alla vigilia del Natale 2008. “Ma noi consideriamo che è questo il nostro primo “vero” Natale”, confida Lucia, la giovane mamma, 35 anni, catapultata dall’oggi al domani in un universo caotico, fatto di influenza e tosse, di “non riesco a dormire” e “leggimi un’altra storia”, di compiti per casa e feste della scuola. Quello che è alle porte, allora, è il primo Natale della famiglia L., quello in cui si iniziano a costruire i piccoli riti di casa, quei gesti che ripetuti di anno in anno diventano prima abitudini, poi tradizioni.

Giorgio e Lucia queste figlie le hanno volute con tutto il cuore. Si sono conosciuti, amati e sposati nel giro di nove mesi, era il 2001, lei aveva 27 anni e lui 29. Il sogno era di avere subito dei figli, “almeno tre”. Ma non è stato così e la fecondazione assistita non faceva per loro. “Con la provetta ho smesso quasi subito: le prime stimolazione ormonali mi facevano star male, ogni mese era un dramma e non riuscivo più a guardare negli occhi mio marito – racconta Lucia -. Abbiamo detto basta e capito che, desiderando i nostri figli, stavamo guardando nella direzione sbagliata”. Anche l’iter per l’adozione è stato particolarmente rapido, perché loro due non ponevano troppi ostacoli. “Ci siamo dichiarati disponibili a due figli, ci hanno chiesto se potevamo accoglierne tre. E così è stato”, sintetizza Giorgio, un ingegnere “da manuale”, con il suo amore per la precisione e il suo andare al nocciolo delle cose. Nel marzo 2007 hanno depositato la domanda in tribunale, nel luglio 2008 hanno avuto la conferma che tre figlie li aspettavano in Colombia, con i loro capelli ricci e gli occhi scuri. Sono andati a prenderle a novembre e quando sono tornati a casa era quasi Natale.

Ma non ancora il “loro” Natale. “Sognavamo giorni raccolti, noi cinque da soli. Giorni in cui ci saremmo conosciuti, noi e loro, giorni di una festa intima, di un Gesù Bambino che veniva a casa nostra pian piano, in silenzio, in punta di piedi, per dirci che eravamo finalmente famiglia”, ricorda Lucia, commossa. E’ una ragazza dolce ma con un piglio deciso, che ogni tanto guarda Giorgio come se avesse bisogno di stabilire di continuo un contatto con lui. E lui fa lo stesso. I giorni dell’arrivo in Italia oggi se li ricordano come un incubo. “Parenti e amici ci hanno assalito. Inviti a pranzo, inviti a cena, pacchi regalo lasciati persino sullo zerbino della porta d’ingresso. Noi eravamo disorientati: volevamo proteggere le nostre bambine, che ancora non capivano l’italiano, da questa sovraesposizione ma d’altra parte non volevamo offendere nessuno. Chi ci vuole bene era contento per l’adozione, lo capiamo, ma è stato tutto troppo… eccessivo…”, ricorda Giorgio. Un Natale diverso da come se lo erano immaginati: il salotto disseminato di pacchi, le tre bambine euforiche, in preda a un’overdose di attenzioni e di regali, incapaci persino di capire il perché della confusione che regnava intorno a loro. “Isabel, Maria e Solange vivevano abbandonate in una casa famiglia – racconta la madre -. Lasciate ore e ore davanti al televisore acceso. Non credo che avessero mai avuto un Natale con l’albero e le preghiere. Quando sono venute via con noi, avevano solo l’abito che indossavano. Noi avevamo comprato un peluche per ciascuna. Arrivati in Italia, tutti erano così ansiosi di vederle e sono state ricoperte di doni, sebbene io avessi chiesto a parenti e amici di aspettare, di non portare nulla. E’ stato un impatto troppo violento, noi dicevamo alle bambine che non sarebbe stato così tutti i giorni, ma per loro era diventato normale che ognuno che suonava il campanello avesse un regalo”.

Ma quest’anno si cambia. Quest’anno è il primo vero Natale della famiglia L. Dall’inizio dell’Avvento, ogni pomeriggio Lucia ha costruito con le bambine un piccolo addobbo per l’albero. Hanno attaccato le vetrofanie alle finestre. Vanno in chiesa a vedere il presepe, parlano a lungo della nascita di Gesù. “La letterina a Babbo Natale l’abbiamo scritta insieme – continua la mamma -, loro avevano intenzione di compilare una specie di elenco telefonico. Alla fine, dopo molti ragionamenti, abbiamo concordato di fare solo tre richieste”. I regali che arriveranno in più – e Lucia lo sa, che arriveranno, così come accade in tutte le case dove ci sono bambini piccoli – aspetteranno il loro turno in sgabuzzino. Quello che non può più aspettare è un Natale vero. Un Natale di famiglia.