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Ed io penso in grande

Progetto o scelta di vita, "chiamata": perché è sempre più difficile per un giovane trovare uno scopo "alto" per la propria esistenza? La Cei ha affrontato il tema nella Settimana di spiritualità a Nocera Umbra. A partire dalla famiglia, "cuore della vocazione".

Riproduzione  parziale dal n. 129 di "Noi, genitori & figli" del 26/04/09

di Paola Abiuso

Da grande voglio fare il medico». «E io l'assistente sociale». «Io voglio sposarmi». «Io invece voglio appartenere a Dio». La si può chiamare vocazione, oppure più laicamente progetto di vita, oppure ancora il proprio posto nel mondo: è costruirsi un futuro assecondando e coltivando passioni, pensando in grande, con uno sguardo di fiducia verso il domani. E il desiderio di costruire un mondo migliore per sé e per chi si ama; è un progetto esistenziale che cresce con il tempo, senza fretta ma con caparbietà. Con fedeltà alle scelte fatte.

Idee troppo impegnative per la maggior parte dei giovani, che per tanti motivi si trovano a galleggiare nell'oggi anziché proiettarsi in un futuro possibile, avendo bene in testa la meta di arrivo e con il necessario impegno per andare fino in fondo.

«Vocazione è il progetto che Dio ha su ogni persona», prova a definire Filomena Maria Scalise, che il progetto di Dio su di lei l'ha scoperto a 19 anni, nel bel mezzo di un fidanzamento felice, e oggi è membro dell'Ondo Virginum di Roma. Ma vocazione non è solo abbracciare la Chiesa da consacrati. Vocazione è anche quella che porta un adolescente a dedicarsi con tutto sé stesso alla musica fino a diventare una star internazionale, oppure una giovane donna a impiegare le sue energie per far vivere l'ospedale fondato dai suoi genitori in Africa. Vocazione è anche quella di una sposa che resta ferma nell'amore anche quando il marito giace da anni in stato vegetativo a causa di un ictus. Vocazione, alla fine, è seguire la propria strada in piena libertà, senza avere paura del "per sempre" ad esempio nel matrimonio cristiano, o in una qualunque altra scelta di vita.

Per realizzarsi, però, il "progetto di Dio", la vocazione - laicamente intesa: al matrimonio, a una professione, a vivere responsabilmente la propria vita — deve farsi largo nei desideri della persona, essere coltivato in famiglia, crescere nella consapevolezza e poi realizzarsi con fedeltà. E proprio di "La famiglia cuore della vocazione" si è parlato a Nocera Umbra (29 aprile - 3 maggio 2009), in occasione della Settimana di studio sulla spiritualità coniugale e familiare organizzata dall'Ufficio famiglia della Cei. Il tema non è facile, eppure riguarda l'esistenza di tutti: come realizzare un progetto di vita pieno e felice? Come vivere fino in fondo la vocazione a essere marito o moglie e poi genitore? Come rendere la famiglia accogliente e rispettosa nei confronti di una nuova vocazione, quella originale dei figli, con rispetto e spirito di servizio?


A riflettere su questi temi sono stati chiamati studiosi di diversa estrazione, che hanno offerto contributi sui versanti teologico, psicologico e sociologico, senza trascurare l'aspetto della testimonianza di vita vissuta. Ne è venuto un approfondimento sul significato che ognuno può dare alla chiamata di Dio a essere pienamente persona, responsabile della propria vita, in libertà ma nella coerenza di una scelta per sempre. «La vocazione è la scoperta della propria identità ideale», ragiona padre Amedeo Cencini, psicologo e formatore. «Ognuno di noi fin dalla nascita possiede risorse, potenzialità e limiti; l'io ideale è ciò che siamo chiamati a essere e a realizzare nella nostra esistenza». La vocazione si nutre in famiglia a partire da quello che padre Cencini chiama il «principio vocazionale per eccellenza»: la scoperta che la vita è un dono, un bene immeritato che i genitori hanno dato ai figli e che i figli a loro volta donano ad altri. In questa visione, la vocazione equivale a volersi spendere per restituire il bene ricevuto, mettendosi al servizio di obiettivi "alti", in una professione, in una vita di coppia, di famiglia o di fede. «Se oggi c'è una crisi di vocazioni, questa non riguarda i seminari vuoti o le parrocchie senza preti. La crisi di vocazione riguarda prima di tutto i genitori — continua padre Cencini - che non riescono più a trasmettere ai figli l'idea che la gratitudine e la riconoscenza per il dono della vita e per l'amore ricevuti diventano responsabilità nei confronti di se stessi e degli altri. Così oggi troppi giovani costruiscono il proprio futuro seguendo non la logica della responsabilità, ma quella della sistemazione: sociale, economica, affettiva. E "sistemarsi" è certamente un obiettivo di basso livello».

 «Il nostro è un tempo in cui non ci si sente progettati per qualcosa ma gettati» nella mischia, interviene il professor Carmelo Dotolo, docente di Teologia delle religioni alla Pontificia Università Urbaniana. Questa "gettatezza", per usare un neologismo, impedisce ai giovani di capire che ciascuno «è un essere irripetibile. La prima difficoltà — continua il docente - a cogliere il senso di una vocazione è quella di non riuscire a comprendersi come caratterizzati da un significato originario, una chiamata all'essere, alla vita».


Uomini irripetibili, dal primo all'ultimo, e per questo destinati a grandi cose: ma come la famiglia può essere culla di un progetto di vita? «La famiglia è una comunità in cui è essenziale la relazione, il senso dell'amore donato, l'accoglienza della persona per quello che è e non per quello che fa. La famiglia è spazio educativo che offre ai figli la possibilità di essere liberi e responsabili della propria storia. Le famiglie dovrebbero trasmettere ai figli l'idea che non si è fatti in serie, che Dio non crea bambole o replicanti di ruoli che la società ci attribuisce. Se la famiglia però - conclude Dotolo — interpreta il proprio progetto educativo semplicemente come un'indicazione di criteri legati al piacere e al benessere, è evidente che il progetto di una riscoperta della propria progettualità è impossibile».

Quando la famiglia riscopre e vive la sua più autentica vocazione a essere luogo di accoglienza e di amore, insomma, diventa la più efficiente scuola per i figli, per comprendere qual è il proprio "posto nel mondo" e qual è la risposta alla chiamata alla felicità. A cui tutti siamo destinati.
 

Sullo Stesso argomento vi invitiamo a leggere anche l'editoriale di Luciano Moia alla pagina Anteprima - Aprile 2009