di Antonella Mariani
Ne volevamo due, ci siamo fermati a uno. Oppure: avremmo tanto
desiderato il terzo figlio, ma già così ci sembra di non
farcela. E’ il paradosso italiano: le coppie aspirano ad avere
famiglie più numerose di quanto nella realtà realizzino. Il
Rapporto del Centro internazionale studi famiglia, presentato a
Milano a fine marzo, lo conferma con la crudezza dei dati: le
coppie italiane mediamente hanno 1,45 figli al Nord e 1,35 al
Sud (è uno dei tassi di fecondità più bassi d’Europa) ma,
interpellate su qual è il numero ideale, rispondono in media
2,13. Dunque, esiste in Italia un grande desiderio insoddisfatto
di maternità, una profonda frustrazione delle proprie
aspirazioni di genitorialità che coinvolge 4 coppie su dieci. Il
Cisf ha provato a capire il perché, facendo qualche scoperta
interessante. Conta il fattore economico: i figli costano e non
sempre il reddito familiare appare sufficiente a dare tutto
quanto sembra (non è: sembra!) necessario a crescere bambini
felici. Altre coppie rinunciano a un altro figlio perché mettere
insieme lavoro e impegno educativo sembra (è) difficile come
scalare una montagna. In pochissimi accusano la mancanza di
asili nido, spia questa che per aumentare la natalità investire
tutto sulle strutture è almeno riduttivo. Il dato più
sorprendente è che oltre metà delle coppie (per l’esattezza 58,4
per cento) dichiara “motivi personali” per non assecondare il
proprio desiderio di mettere al mondo un altro figlio.
Cosa saranno questi “motivi personali” il rapporto del Cisf non
lo spiega. Resta un fatto: che in Italia la maggior parte delle
donne e degli uomini non si realizza pienamente come madre e
come padre. E questo, indipendentemente dalle tante e complesse
ragioni, è un dito puntato contro lo Stato, che non incoraggia a
sufficienza le coppie, e contro la cultura dominante, che non fa
emergere in tutta la sua drammaticità questo desiderio
inesaudito di figli.
C’è paura, oggi in Italia, a fare figli. Una gravidanza, anche
quando è attesa e a lungo progettata, porta con sé
preoccupazioni fin dall’inizio, soprattutto per la madre: come
la prenderà il capufficio? E dopo il congedo di maternità, a chi
affideremo il bambino? Dove troveremo i soldi per una baby
sitter o per l’asilo nido? E, poiché le ansie si allungano nel
tempo, ingrandendosi, ci si domanda: quando andrà a scuola, chi
lo seguirà nei compiti? E, ancora, si pensa a tutte le rinunce
che l’arrivo di un figlio comporta: nottate in bianco, viaggi
cancellati, amici messi in disparte… Domande e preoccupazioni
legittime e anche in parte fondate, che si amplificano quando è
in arrivo o si progetta un secondo o a un terzo figlio. Viene da
chiedersi, però, perché ai genitori non appaiono con uguale
evidenza anche gli aspetti positivi – e sono tanti – di un’altra
creatura che entra nella vita di famiglia. Ognuno può trovare da
sé le risposte. Sembra però che in quest’ansia di controllare
tutti i particolari della propria vita – sforzo inutile, ma si
capisce sempre troppo tardi - si sia persa la capacità di
lasciarsi andare a un destino scritto per ciascuno di noi. Che
non ci si voglia arrendere ai propri desideri più profondi – un
altro figlio, perché no? Sembra che l’uomo e la donna non
abbiano più fiducia in se stessi, nelle proprie capacità di far
fronte all’inatteso o di attivare nuove energie di fronte a
nuovi compiti familiari. Come se si pensasse che c’è un limite
alle proprie risorse mentre invece, lo sappiamo, le risorse si
moltiplicano quando le circostanze lo richiedono. Come se si
pensasse che il cuore sia fatto per una quantità finita di amore
e di più non possa dare.
Prima che incentivi economici, quozienti familiari, asili nido
(che sono sì importanti, ma non bastano) servirebbe allora alle
giovani coppie un surplus di fiducia in se stesse. “Ce la
possiamo fare”, dovrebbe essere la frase giusta da ripetersi di
fronte al desiderio di un altro figlio. Per questo ci piace
pubblicare in questa pagina la lettera di un giovane padre della
provincia di La Spezia. Giovanni ha già 3 bambini, un lavoro
umile e la moglie è casalinga. Chi più di lui dovrebbe
spaventarsi, alla notizia di un quarto bimbo in arrivo? Eppure
Giovanni ha qualcosa da dire a quel 63,2 per cento di famiglie
che non mettono al mondo tutti i figli che desidererebbe. Perché
la società cambia se a cambiare, prima, è il cuore di ciascuno
di noi.
IN ATTESA DI UNA NASCITA
Qual è il primo pensiero che passa alla mente quando sai che
presto arriverà un nuovo bambino?
A dispetto di quanto vorrebbero gli spot pubblicitari, che
mostrano padri ansiosi correre dai concessionari per cambiare
automobile, il primo pensiero va al rinnovarsi di quel miracolo
che ancora una volta si manifesta all’interno della tua
famiglia: ci è stato dato un figlio!
Questo è il primo pensiero: «Ci è stato dato». Non lo abbiamo
fatto.
Questo figlio, come gli altri, è un dono che passa attraverso
noi come coppia, vuole il nostro consenso, chiede la nostra
collaborazione, ma ha un’origine molto più lontana, viene da
quel Creatore che è origine di ogni cosa e di ogni creatura e
che ci ha reso, ancora una volta, partecipi e collaboratori
della sua creazione.
Ogni nascita è, in sé, un segnale di speranza. Oggi la nostra
società ha bisogno di questo, ha bisogno di questi segnali di
speranza, per un futuro che c’è e che può essere migliore, se
non rimaniamo vittime di una mentalità calcolatrice e
pianificatrice, che si fonda non sulla coscienza di partecipare
a un disegno divino, ma solamente sulle nostre forze.
E’ questa la provocazione che la vita ci presenta quando siamo
messi di fronte a una nuova nascita.
Necessariamente si pensa al domani, all’impegno che questo nuovo
esserino richiederà, all’organizzazione famigliare, alle spese…
Ma pensiamo anche di non essere soli, pensiamo che se il Signore
ci ha reso custodi di una nuova vita, avremo anche le grazie
necessarie per portare avanti questo suo progetto, un progetto
che ha avuto origine nella mente di Dio, ancor prima delle
origini del mondo.
Benvenuto piccolino. Benvenuto tra noi!
Luigi Clarion
Valdellora (La Spezia)