Sentirsi chiamati a uno scopo, cercare il proprio posto nella
vita: ecco ciò che manca a tanti giovani della “generazione
precaria”
di Luciano Moia
“Ha trent’anni e non è ancora in grado di scegliere. Ma
cos’aspetta a decidersi?”. E subito puntiamo il dito contro
questa generazione dell’attesa infinita, contro i troppi giovani
o ex giovani che finiti gli studi, afferrato in qualche modo un
lavoro – quasi sempre soltanto precario – ancora s’attardano
sulla soglia, nell’incertezza della strada da imboccare. Subito
siamo pronti a snocciolare moralismi d’antan: “Ai miei tempi…”.
O ancora peggio: “Avresti bisogno di qualche mese di militare…”.
Senza renderci conto dell’incongruenza se non della pedanteria
di questi rimandi. Sono tanti, anche tra i nostri figli, tra
amici o conoscenti, coloro che vivono questa attesa con un senso
di fallimento incombente. Altri sembrano adagiarsi e cercare una
convivenza accettabile con la pandemia della “precarietà
permanente”, quasi confortati dalla vicinanza di tanti altri
coetanei immersi nello stesso grigio destino, un magma denso e
opprimente da cui è difficile liberarsi.
E allora i nostri ragazzi attendono, rimandando ogni scadenza,
in bilico tra famiglie protettive e accoglienti, e qualche
timido tentativo di spiccare il volo. Ma senza crederci fino in
fondo, senza mai tagliare davvero i ponti con la “base di
partenza”. Senza prendere decisioni definitive, quelle da cui
non si può tornare indietro se non a prezzo di strazianti
lacerazioni.
Difficile mettere in fila le cause di questa situazione. Si può
puntare il dito contro l’aggravarsi della crisi economica, che
ha reso quasi impossibile quello che nell’ultimo decennio è
stato comunque difficile: un lavoro stabile e una casa a costi
accessibili. Oppure possiamo guardare a una certa cultura che ha
cancellato il “per sempre” sostituendolo con il “fino a quando
dura”. E, ancora, possiamo prendercela con la complessità in cui
siamo immersi, in cui per esempio tutti i tempi s’allungano e si
sovrappongono - studio, lavoro, spostamenti – e tutto sembra
congiurare a impoverire, ostacolare o addirittura azzerare le
relazioni.
Tutte difficoltà oggettive che contribuiscono a rendere ancora
più opprimente quella strisciante sfiducia, quel senso di noia e
di impotenza che sembra aver rivestito anche i nostri cuori. Ne
sono vittime i trentenni, certo, ma anche i meno giovani, anche
le famiglie di lungo corso che dopo quindici o vent’anni di
serena navigazione insieme, decidono che tenere saldo il timone
è diventata fatica insostenibile e improvvisamente immotivata ai
loro occhi. Quanti cari amici abbiamo visto in questi anni
mollare gli ormeggi e, quasi inconsapevolmente, lasciarsi andare
a una lenta, impercettibile deriva.
Quasi che tutti insieme – giovani e meno giovani, senza troppe
differenze – si sia smarrito il gusto di costruire il futuro.
Quasi che non si riesca più a immaginare prospettive nuove, non
si sappia più guardare dentro se stessi per scorgere un pur
flebile segnale, quello che permette di trovare o di
rintracciare il senso della propria vocazione. Eccola, la
parola. Vocazione. Bellissima sì, ma terribile e impegnativa,
soprattutto se liberata dalla sua sovrastruttura devozionale,
troppo spesso a senso unico. Sentirsi dentro una vocazione, cioè
sentirsi chiamati, sentirsi scelti, sentire che qualcuno ha
posato lo sguardo proprio su di noi e ci aiuta a individuare una
strada, è forse l’esperienza più entusiasmante che si possa
fare. Giusto quindi parlarne - come si farà tra qualche giorno a
Nocera Umbra, in occasione della XXII Settimana nazionale Cei di
studi sulla spiritualità coniugale e familiare (articoli a
partire da pagina 8) - giusto mettere a tema una dimensione che
si intreccia profondamente con le aspettative più importanti e
che costruisce l’identità di ciascuno.
Rintracciamo un vecchio sussidio pensato per gli esercizi
spirituali degli adolescenti. Pagine ingiallite, qualche
decennio di abbandono sul più disagevole degli scaffali.
Vocazione? Leggiamo: “Sguardo di entusiasmo verso il domani,
sogno di costruire un mondo migliore per se e per le persone che
si amano, progetto esistenziale, ipotesi travolgente, disegno di
novità…”. E ancora: “Quando una scelta arriva con questa carica
di forza interiore e di gioiosa consapevolezza non ci si lascia
disorientare né intimorire. Si vede che c’è un chiaro obiettivo
davanti, una chiamata a cui rispondere”.
Propositi importanti, obiettivi certi e impegnativi. Nella
realtà però non è sempre così. Siamo immersi in una società dal
respiro sempre più corto che troppo spesso ci trasmette un senso
di incertezza e di sfinimento. La logica dominante sembra essere
quella dell’inerzia: meglio stare fermi piuttosto che muovere un
passo nella direzione sbagliata. “Perché vi meravigliate che sia
così? Oggi non c’è più nessuno che meriti di essere seguito,
nessun testimone eccellente, nessun maestro a cui accordare
fiducia”, ha scritto Peter, 25 anni, in uno dei blog più
cliccati. Oltranzismo giovanile o accusa motivata che vale la
pena raccogliere? Se la fatica di scegliere è diventata
insostenibile per troppi giovani, se le prospettive sono sempre
più cupe, se la “chiamata” tarda ad arrivare o non si riesce a
cogliere, non sarà forse opportuno che anche noi genitori, noi
famiglie, cominciamo a rivedere i nostri percorsi educativi,
cominciamo a mettere in discussione le certezze che ci hanno fin
qui sostenuto?
Forse dobbiamo tornare a ripeterci che nessuna vocazione si
improvvisa, ma che ogni percorso di vita si costruisce giorno
dopo giorno, con ruoli ben definiti e tempi lunghi. Dobbiamo
tornare a dirci con franchezza che nella ricerca della propria
strada non serve bruciare le tappe, ma occorre invece portare a
termine con impegno e costanza quello che si sta vivendo in quel
determinato momento, senza confusioni, senza pretendere di
vestire abiti che non sono nostri. E dobbiamo anche spiegare e
rispiegare ai nostri ragazzi come non esista vocazione scelta
per sempre, ma come ogni giorno, con umiltà e anche caparbietà,
sia indispensabile riaggiornare la tabella di marcia, rimotivare
a noi stessi le ragioni che ci hanno spinto fino a quel punto.
Anche se costa fatica, anche se non sempre il percorso risultare
lineare, anche se ci sono giorni in cui la sofferenza e lo
smarrimento ci interrogano dolorosamente.