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FAMIGLIA, CI STAI A CUORE

Il 15 maggio proclamiamolo a gran voce: siamo capitale sociale, vogliamo crescere e progredire

 di Umberto Folena

 Vuoi essere noioso, fastidioso, insopportabile? Lamentati, piagnucola, commiserati. Dichiarati vittima di ingiustizie e congiure. Potrai avere tutte le ragioni del mondo; potrai anche convincere gli altri che hai ragione. Ma non sarai simpatico. E non ti staranno davvero a sentire.
Le famiglie l’hanno capito da tempo. Difatti l’anno scorso il popolo del Family Day – fatto di mariti moglie padri madri figli, fratelli sorelle nonni nonne zii zie… – non è stato nemmeno sfiorato dalla tentazione del piagnisteo. Semmai ha manifestato con gioia e, se necessario, ironia. Per quanto grandi siano i problemi delle famiglie, infatti, e vistose le smemoratezze della politica, il bene – il privilegio! – di essere famiglia resta incommensurabile. E le famiglie sagge lo sanno.
La lamentela prolungata, poi, prosciuga le energie e induce all’inerzia. Così, di fronte all’ennesima campagna elettorale in cui – tranne rare e lodevoli eccezioni – i raggruppamenti maggiori hanno dedicato alla famiglia scampoli di parole e promesse, le famiglie italiane sono in grado di sorridere. I loro temi li hanno finora proposti. Vorrà dire che li proporranno con ancora maggior convinzione, fintantoché sapranno imporsi. In fondo si tratta di prendere sul serio l’invito che molto tempo addietro – correva l’anno 1981 – Giovanni Paolo II ci rivolgeva nell’esortazione apostolica Familiaris Consortio (44): «Il compito sociale delle famiglie è chiamato ad esprimersi anche in forma di intervento politico: le famiglie, cioè, devono per prime adoperarsi affinché le leggi e le istituzioni dello Stato non solo non offendano, ma sostengano e difendano positivamente i diritti e i doveri della famiglia. In tal senso le famiglie devono crescere nella coscienza di essere "protagoniste" della cosiddetta "politica familiare" e assumersi la responsabilità di trasformare la società: diversamente le famiglie saranno le prime vittime di quei mali, che si sono limitate ad osservare con indifferenza».
Questo brano è stato scelto dal Forum delle associazioni familiari e dalla Federazione delle associazioni familiari cattoliche d’Europa (Fafce) per invitare a partecipare, il prossimo 15 maggio, alla Giornata internazionale della famiglia, a Roma a Palazzo Rospigliosi, ovunque in Italia le associazioni familiari decidano di mobilitarsi, per ricordare una Giornata dell’Onu che – è la nostra sensazione che speriamo risulti smentita – se non saranno i cattolici a darsi da fare, nessun altro ricorderà degnamente.
Ma che cosa significa per le famiglie “fare politica”? Ovviamente non fondare un “partito della famiglia”. Logica vorrebbe che tutti i partiti, di qualunque colore ed orientamento, fossero “partiti della famiglia”, avendo preso atto della solare evidenza che Elisabeth Bussmann, presidentessa della Fafce, ribadisce nell’intervista che trovate nelle prossime pagine: «La famiglia è il capitale sociale d’Europa». I capitali andrebbero messi nelle condizioni di produrre il numero maggiore di frutti. Di crescere. Di svilupparsi. Invece l’impressione è che la famiglia sia quel genere di “capitale” che si preferisce mungere impunemente e sconsideratamente.
Fare politica – in senso alto, ampio e nobile – vuol dire occuparci della polis. Sentirci parte di una comunità più ampia, fatta di famiglie ma non solo. Significa dire “mi sta a cuore” dei problemi e delle speranze dell’intera società. Significa mettere a disposizione tutte le proprie risorse per la realizzazione del bene comune. Assai meglio lo dice sempre Giovanni Paolo II in quest’altro passaggio della Familiaris Consortio (48): «Di fronte alla dimensione mondiale che oggi caratterizza i vari problemi sociali, la famiglia vede allargarsi in modo del tutto nuovo il suo compito verso lo sviluppo della società: si tratta di cooperare anche ad un nuovo ordine internazionale, perché solo nella solidarietà mondiale si possono affrontare e risolvere gli enormi e drammatici problemi della giustizia nel mondo, della libertà dei popoli, della pace dell'umanità».
In altri termini, le famiglie italiane – le stesse famiglie del Family Day – non piagnucolano né si lamentano. Domandano politiche giuste e non discriminatorie. Chiedono che la concertazione tra tempi della famiglia e del lavoro sia affrontata in modo serio e moderno; che chi desidera sposarsi e abitare in una casa dignitosa lo possa fare; lo stesso chi coltiva la giusta, nobile aspirazione a dare dei fratelli e delle sorelle al proprio figlio unico; che le tariffe – acqua, luce, gas – non siano punitive per le famiglie numerose; che la scuola, per le famiglie che hanno più di un figlio, rimanga un diritto e non diventi un lusso. Cose che i cattolici oggi chiedono non per se stessi, ma per tutte le famiglie italiane, per il bene dell’intera società. E cose ovvie, in una normale democrazia che consideri la famiglia il suo primo e fondamentale «capitale sociale».
Non piagnucolano, dunque. Ma si mettono ancora una volta a disposizione. Fanno già tanto per il Paese, vorrà dire che faranno di più. Ma a testa alta, senza subire altre ingiustizie.