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Anteprima di Noi Genitori & Figli:
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trovate in edicola a Euro 1,50 con la copia di Avvenire dell'ultima domenica del
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Noi Genitori & Figli
Copertina
Sommario Noi Genitori & Figli n. 138 - domenica
28 febbraio 2010
CONTRAPPUNTI
Questa casa (non) è un monastero
La Regola di san Benedetto in famiglia
DOSSIER/Tempo libero
* Hobby sì, purché tutti insieme:
alla ricerca del passatempo che unisce
* Le storie: aeromodellismo, orto, disegno...
e persino la raccolta di santini
IN DIALOGO
Quando un figlio ha tendenze omosex:
i gruppi diocesani a Cremona e Torino
SALUTE
L’anoressia raccontata dalle ragazze:
struggente viaggio verso la guarigione
SPETTACOLI
Parla il regista Veronesi: genitori e figli,
manca il tempo per capirsi
Il mensile Noi Genitori &
Figli regala ogni mese agli Amici di Aiuto Famiglia un articolo in anteprima
L’EDITORIALE
"NEL "MESTIERE" DI GENITORI
SIAMO APPRENDISTI A VITA
Non ci sono ricette standard per l'educazione, l'esperienza si
fa sul campo accanto a ciascun figlio
Purché non manchi mai il mix di amore e ragione, fantasia e pazienza
di Luciano Moia
Facciamo un patto. Quando ci sentiamo ripetere che fare i
genitori è il “mestiere più difficile del mondo” non crediamoci
neppure per un istante. Prima perché quello del genitore non è
un mestiere, secondo perché non si impara mai. E proprio perché
non c’è modo di fare tesoro delle esperienze passate e ci
troviamo di volta in volta ad affrontare emergenze sempre nuove
che richiedono modalità d’intervento da ridefinire ad ogni
occasione, non c’è proprio modo di “professionalizzare” la
genitorialità. Qualche anno fa un istituto importante
pubblicizzava i suoi corsi con questo slogan: “Bastano due
lezioni al mese per diventare genitori laureati”. Si trattava
naturalmente di una promessa, non solo esagerata, ma
assolutamente da fantascienza. Noi genitori, nell’esercizio dei
nostri doveri educativi, più che a una laurea, possiamo al
massimo aspirare a un diplomino d’apprendisti. Diciamolo con
franchezza, di fronte ai bisogni mutevoli e addirittura
imperscrutabili dei nostri figli, ci sentiamo spesso precari a
vita. Neppure un manuale in mille volumi riuscirebbe a
comprendere tutto quello che occorre fare – o spesso non fare –
per sbagliare il meno possibile in quell’incessante “stop and
go” che è l’esercizio della maternità e della paternità
consapevole. Più che di “mestiere più difficile” sarebbe il caso
di parlare di “mestiere indefinibile”, dove le regole, gli
orari, gli interventi cambiano di giorno in giorno, anzi di ora
in ora.
Anche il più lazzarone dei lavoratori, prima o poi riesce a
capire come muoversi per tirare a campare, se non altro diventa
abilissimo a scansare le mansioni che gli vengono affidate,
mostrandosi per esempio sempre affannato o fingendo di essere
alle prese con una mole di compiti insostenibile per le deboli
forze di una sola persona. Noi genitori invece non possiamo
disporre neppure di questa, peraltro poco onorevole, scappatoia.
Se tentiamo, magari per una volta soltanto nella vita, di
sottrarci anche al più trascurabile dei nostri compiti
accampando qualche scusa epocale – malore improvviso, lavori
urgentissimi, telefonata di quella zia che non chiamava da
secoli - è certo che ai nostri figli basta un’occhiata per
scoprire l’innocente sotterfugio. “Bene, allora dimmelo che non
hai voglia di ascoltarmi”, ti sibila con aria offesissima la
figlia adolescente perché hai tardato due nanosecondi a chiudere
il giornale per prestare attenzione alle sue sintetiche
riflessioni a proposito dei destini dell’uomo e dell’immortalità
dell’anima. Ma dieci minuti dopo, quando a te sembra di aver
imparato la lezione e intervieni con prontezza per dare seguito
a una sua sospirosa osservazione, lei ti mette al tappeto con un
battuta fulminante: “Grazie papà, ma ne faccio a meno dei tuoi
sermoni”. Insomma, non c’è proprio verso di trarre indicazioni
utili dall’esperienza. Il percorso dell’educazione è battuto da
venti così mutevoli che occorre essere pronti a raddrizzare
continuamente il timone. E talvolta, nonostante tutte le
precauzioni, ci si arena lo stesso.
Quando i ragazzi sono piccoli alla maggior parte dei genitori
sembra giusto esercitare un interventismo, diciamo così, solerte
ed esaustivo, per accompagnarli nelle decisioni più impegnative.
Quale scuola scegliere per esempio. Alle primarie e alle
secondarie inferiori – quelle che una volta si chiamavano
elementari e medie – l’onere, com’è giusto, ricade interamente
sulle spalle di mamma e papà. Meglio quell’istituto statale a
due passi da casa, così vicino che i ragazzi ci potrebbero anche
andare a piedi, o quell’altro, paritario, decisamente più
scomodo da raggiungere ma apparentemente meglio attrezzato sul
piano educativo e più attento al rispetto dei valori che
contano? Un paio di considerazione, qualche amaro calcolo per
mettere a fuoco il reale ammontare della retta, un paio di
sospiri pensando al rapido dimagrimento del conto in banca, e
poi i genitori consapevoli e premurosi si indirizzano senza più
tentennamenti verso la seconda opzione. Il figlio più grande
porta a termine un percorso scolastico di primissimo piano.
Preparazione ottima, insegnanti all’altezza, clima umano segnato
dall’accoglienza e dalla comprensione. Quando tocca al secondo
figlio decidere, tutto sembra già tracciato. “Inutile pensarci,
meglio di così non potremmo trovare”, si dicono con un sorriso
di complicità papà e mamma. Stessa scuola, stessi risultati?
Macché, il ragazzo più piccolo stenta, si trova a disagio, entra
in rotta di collisione con gli insegnanti e con i compagni. Cosa
sta succedendo? Quell’istituto così accogliente ed efficiente ha
cambiato volto? No, la scuola è sempre quella. Sono i ragazzi
che sono diversi uno dall’altro. Quel clima, quella situazione,
quelle proposte che andavano benissimo per il primo, diventano
indigeste e insopportabili per il secondo. E i genitori, che si
compiacevano d’aver azzeccato la scelta al cento per cento nel
primo caso, adesso si colpevolizzano e si accusano
reciprocamente per non aver saputo valutare, prevedere,
immaginare.
Eppure la loro attenzione non è venuta meno. Anzi, sembrava che
sulla base dell’esperienza precedente, decidere nella seconda
occasione sarebbe stato più facile. Invece non è così. Non ci
sono strade, né decisioni, né situazioni buone per tutti i
figli. Ogni scelta va rimodulata, messa a punto, adattata alla
nuova situazione. Guai a fidarsi di quanto già vissuto. Il
proverbio “Chi lascia la strada vecchia per la nuova…”, per noi
genitori non conta. Anzi, molto spesso lasciare la strada
vecchia è già garanzia di sbagliare un po’ meno. Allora non
contano niente i consigli, i corsi per genitori, le conferenze,
e anche gli articoli come quelli che noi scriviamo mese dopo
mese noi su questa rivista? No, contano eccome, anzi sono
importantissimi, perché servono comunque a mantenerci la mente
sveglia, pronta al cambiamento, capace di modulare i gesti e le
parole dell’educazione sulla base di esigenze che cambiano tanto
rapidamente da rendere impossibile qualsiasi modulo predefinito,
qualsiasi pretesa di dettare i contorni di una realtà che,
investendo ogni fibra, ogni energia, ogni pensiero di noi
genitori, non può essere solo “mestiere” ma è amore e ragione in
dosi che vanno continuamente rielaborate e miscelate con
l’aggiunta di due ingredienti che non possono mancare mai:
fantasia e pazienza.
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