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IL MESSAGGIO PER LA XXXIV
GIORNATA PER LA VITA
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L’EDITORIALE
Senza un amore sconfinato per la persona e senza una
razionale consapevolezza della centralità del rispetto di ogni
vita, nessun autentico sviluppo è possibile
di Marco Tarquinio
O siamo strutturalmente “aperti alla vita” oppure siamo solo un baleno, un accidente, un desiderio che si consuma irrimediabilmente, cioè non siamo davvero. Né come singoli né come comunità. Bisogna cominciare a dirglielo chiaro e tondo ai nostri ragazzi, ai figli e alle figlie che abbiamo messo al mondo (e che di questo nostro mondo così meraviglioso e strano e incattivito meritano di avere tutte le fondamentali istruzioni e avvertenze per l’uso). Bisogna cominciare a ripeterglielo, con urgente pazienza. Bisogna dir loro – e dimostrarglielo, con la limpidezza delle fede cristiana, la passione degli ideali civili, l’intelligenza delle cose, le nostre concrete azioni – che la scelta più sensata e più rivoluzionaria, più creativa e più santa che possano compiere da giovani donne e giovani uomini di questo nostro tempo è appunto, come mai prima, quella di “essere aperti alla vita”. Bisogna farglielo capire, fino in fondo, che non è affatto vero che in questo tempo e in questo mondo tutto è in vendita e tutto si compra, che ogni cosa e ogni scelta hanno un “prezzo giusto” e che quando si decide di desiderare o rifiutare un oggetto, un approdo, un evento e addirittura una persona (una moglie o un marito, un figlio, chiunque altro …) basta solo pagare. Bisogna assolutamente e tenacemente dimostrarglielo che ci sono, invece, prezzi assolutamente ingiusti. Che nel presente di un’umanità che si sta avventurando su frontiere difficili e insidiose c’è ancora e sempre, come nei momenti migliori del passato, come ogni volta che riusciamo a concepire il futuro e a dargli senso, qualcosa che negoziabile non è affatto e che mai, ma proprio mai, deve diventarlo: la vita umana, dal suo primissimo inizio sino all’estremo momento, e in ogni “durante”, e in ogni “mentre”, e in ogni felicità e fragilità e debolezza… Bisogna, insomma, scandire e quasi gridare tutto questo alla mente e al cuore dei nostri ragazzi, sfruttando a dovere le parole sulla verità delle nostre esistenze (e delle nostre relazioni) che i vescovi hanno condensato nel Messaggio per la 34° Giornata nazionale per la vita e rivolto in particolare a loro, ai giovani, e a tutti quelli che con i giovani hanno a che fare da padri e madri, da sacerdoti, da catechisti, da insegnanti e in tanti modi diversi formali e informali da educatori. E bisogna esser contenti di poter mettere in campo la chiarezza rivelatrice di quel Messaggio e la bella e fulminante intensità di espressioni come questa: “Chi vuol farsi padrone della vita, invecchia il mondo”. Quanto è vero. Guardiamolo, e facciamolo guardare sul serio ai nostri figli, il mondo in crisi e in disperata ricerca di nuovo equilibrio che ci circonda e, quasi, ci assedia. Il pensiero che l’ha condotto sin dentro questa tormenta, e che ancora pretende di dominarlo, è modernissimo e decrepito, levigato e sconclusionato, assertivo e inconcludente, sentenzioso e iperrelativista. Tutto vale, appunto perché a tutto si vuole poter dare un prezzo. Ma niente vale davvero, perché non c’è valore che non sia concepito come fluttuante – apprezzabile e deprezzabile secondo il momento – proprio come nei listini di mercato, proprio come nei vagheggiati (e, qua e là, semirealizzati) supermarket della vita costruita in laboratorio o nei desolati terminal delle vite abortite e stroncate (per rifiuto, abbandono, ideologia, interesse, pretesa autodeterminazione…). Ecco il pensiero e l’azione che fanno rugosa la faccia del mondo. E quelle rughe che deformano e minacciano di rendere irriconoscibile la nostra stessa umanità sono, in realtà, brutte cicatrici, risultato dei colpi di sciabola degli irresponsabili e sregolati signori dell’economia globalizzata e dei colpi di bisturi dei piazzisti che ambiscono ad altrettanta sregolatezza della tecnoscienza. Il mondo invecchia, così: d’ingiustizia e di violenza, di sofferenza e di egoismo, di speculazione predatoria e di disumana manipolazione. E così fa sentire stranieri e indigna i giovani, i suoi stessi figli. Ma l’indignazione è un sentimento strano, è un fuoco che si consuma in rassegnazione se non viene alimentato e reso più continuo, pacato e forte dalla comprensione dei fatti e dei processi in corso, delle loro cause, delle loro radici profonde. Senza un amore sconfinato per la persona umana e senza una razionale consapevolezza della centralità del rispetto della vita, di ogni vita, nessun autentico sviluppo è possibile e non si fonda nessun mondo nuovo. Bisogna, perciò, decidersi a dirlo chiaro e tondo alle nostre figlie e ai nostri figli. Bisogna dimostrarglielo con tenacia: o siamo aperti alla vita o non siamo davvero. |