Home Su Anteprima 2008 Anteprima 2009 Anteprima 2010

 

 

 Anteprima di Noi Genitori & Figli: questa pagina viene aggiornata 4-6 giorni prima dell'uscita in edicola.

Il numero completo di Noi Genitori & Figli lo trovate in edicola a Euro 1,50 con la copia di Avvenire dell'ultima domenica del mese. Potete abbonarvi a Euro 15,00 per 11 numeri all'anno (numero unico luglio/agosto). Altre informazioni alla pagina precedente Noi Genitori & Figli

Copertina

Sommario Noi Genitori & Figli n. 138 -  domenica 28 febbraio 2010

 

CONTRAPPUNTI
Questa casa (non) è un monastero
La Regola di san Benedetto in famiglia

DOSSIER/Tempo libero
* Hobby sì, purché tutti insieme:
alla ricerca del passatempo che unisce
* Le storie: aeromodellismo, orto, disegno...
e persino la raccolta di santini

IN DIALOGO
Quando un figlio ha tendenze omosex:
i gruppi diocesani a Cremona e Torino

SALUTE
L’anoressia raccontata dalle ragazze:
struggente viaggio verso la guarigione

SPETTACOLI
Parla il regista Veronesi: genitori e figli,
manca il tempo per capirsi
 

     

Il mensile Noi Genitori & Figli regala ogni mese agli Amici di Aiuto Famiglia un articolo in anteprima

L’EDITORIALE

 "NEL "MESTIERE" DI GENITORI
SIAMO APPRENDISTI A VITA

 

Non ci sono ricette standard per l'educazione, l'esperienza si fa sul campo accanto a ciascun figlio
Purché non manchi mai il mix di amore e ragione, fantasia e pazienza

 

di Luciano Moia

Facciamo un patto. Quando ci sentiamo ripetere che fare i genitori è il “mestiere più difficile del mondo” non crediamoci neppure per un istante. Prima perché quello del genitore non è un mestiere, secondo perché non si impara mai. E proprio perché non c’è modo di fare tesoro delle esperienze passate e ci troviamo di volta in volta ad affrontare emergenze sempre nuove che richiedono modalità d’intervento da ridefinire ad ogni occasione, non c’è proprio modo di “professionalizzare” la genitorialità. Qualche anno fa un istituto importante pubblicizzava i suoi corsi con questo slogan: “Bastano due lezioni al mese per diventare genitori laureati”. Si trattava naturalmente di una promessa, non solo esagerata, ma assolutamente da fantascienza. Noi genitori, nell’esercizio dei nostri doveri educativi, più che a una laurea, possiamo al massimo aspirare a un diplomino d’apprendisti. Diciamolo con franchezza, di fronte ai bisogni mutevoli e addirittura imperscrutabili dei nostri figli, ci sentiamo spesso precari a vita. Neppure un manuale in mille volumi riuscirebbe a comprendere tutto quello che occorre fare – o spesso non fare – per sbagliare il meno possibile in quell’incessante “stop and go” che è l’esercizio della maternità e della paternità consapevole. Più che di “mestiere più difficile” sarebbe il caso di parlare di “mestiere indefinibile”, dove le regole, gli orari, gli interventi cambiano di giorno in giorno, anzi di ora in ora.
Anche il più lazzarone dei lavoratori, prima o poi riesce a capire come muoversi per tirare a campare, se non altro diventa abilissimo a scansare le mansioni che gli vengono affidate, mostrandosi per esempio sempre affannato o fingendo di essere alle prese con una mole di compiti insostenibile per le deboli forze di una sola persona. Noi genitori invece non possiamo disporre neppure di questa, peraltro poco onorevole, scappatoia. Se tentiamo, magari per una volta soltanto nella vita, di sottrarci anche al più trascurabile dei nostri compiti accampando qualche scusa epocale – malore improvviso, lavori urgentissimi, telefonata di quella zia che non chiamava da secoli - è certo che ai nostri figli basta un’occhiata per scoprire l’innocente sotterfugio. “Bene, allora dimmelo che non hai voglia di ascoltarmi”, ti sibila con aria offesissima la figlia adolescente perché hai tardato due nanosecondi a chiudere il giornale per prestare attenzione alle sue sintetiche riflessioni a proposito dei destini dell’uomo e dell’immortalità dell’anima. Ma dieci minuti dopo, quando a te sembra di aver imparato la lezione e intervieni con prontezza per dare seguito a una sua sospirosa osservazione, lei ti mette al tappeto con un battuta fulminante: “Grazie papà, ma ne faccio a meno dei tuoi sermoni”. Insomma, non c’è proprio verso di trarre indicazioni utili dall’esperienza. Il percorso dell’educazione è battuto da venti così mutevoli che occorre essere pronti a raddrizzare continuamente il timone. E talvolta, nonostante tutte le precauzioni, ci si arena lo stesso.
Quando i ragazzi sono piccoli alla maggior parte dei genitori sembra giusto esercitare un interventismo, diciamo così, solerte ed esaustivo, per accompagnarli nelle decisioni più impegnative. Quale scuola scegliere per esempio. Alle primarie e alle secondarie inferiori – quelle che una volta si chiamavano elementari e medie – l’onere, com’è giusto, ricade interamente sulle spalle di mamma e papà. Meglio quell’istituto statale a due passi da casa, così vicino che i ragazzi ci potrebbero anche andare a piedi, o quell’altro, paritario, decisamente più scomodo da raggiungere ma apparentemente meglio attrezzato sul piano educativo e più attento al rispetto dei valori che contano? Un paio di considerazione, qualche amaro calcolo per mettere a fuoco il reale ammontare della retta, un paio di sospiri pensando al rapido dimagrimento del conto in banca, e poi i genitori consapevoli e premurosi si indirizzano senza più tentennamenti verso la seconda opzione. Il figlio più grande porta a termine un percorso scolastico di primissimo piano. Preparazione ottima, insegnanti all’altezza, clima umano segnato dall’accoglienza e dalla comprensione. Quando tocca al secondo figlio decidere, tutto sembra già tracciato. “Inutile pensarci, meglio di così non potremmo trovare”, si dicono con un sorriso di complicità papà e mamma. Stessa scuola, stessi risultati? Macché, il ragazzo più piccolo stenta, si trova a disagio, entra in rotta di collisione con gli insegnanti e con i compagni. Cosa sta succedendo? Quell’istituto così accogliente ed efficiente ha cambiato volto? No, la scuola è sempre quella. Sono i ragazzi che sono diversi uno dall’altro. Quel clima, quella situazione, quelle proposte che andavano benissimo per il primo, diventano indigeste e insopportabili per il secondo. E i genitori, che si compiacevano d’aver azzeccato la scelta al cento per cento nel primo caso, adesso si colpevolizzano e si accusano reciprocamente per non aver saputo valutare, prevedere, immaginare.
Eppure la loro attenzione non è venuta meno. Anzi, sembrava che sulla base dell’esperienza precedente, decidere nella seconda occasione sarebbe stato più facile. Invece non è così. Non ci sono strade, né decisioni, né situazioni buone per tutti i figli. Ogni scelta va rimodulata, messa a punto, adattata alla nuova situazione. Guai a fidarsi di quanto già vissuto. Il proverbio “Chi lascia la strada vecchia per la nuova…”, per noi genitori non conta. Anzi, molto spesso lasciare la strada vecchia è già garanzia di sbagliare un po’ meno. Allora non contano niente i consigli, i corsi per genitori, le conferenze, e anche gli articoli come quelli che noi scriviamo mese dopo mese noi su questa rivista? No, contano eccome, anzi sono importantissimi, perché servono comunque a mantenerci la mente sveglia, pronta al cambiamento, capace di modulare i gesti e le parole dell’educazione sulla base di esigenze che cambiano tanto rapidamente da rendere impossibile qualsiasi modulo predefinito, qualsiasi pretesa di dettare i contorni di una realtà che, investendo ogni fibra, ogni energia, ogni pensiero di noi genitori, non può essere solo “mestiere” ma è amore e ragione in dosi che vanno continuamente rielaborate e miscelate con l’aggiunta di due ingredienti che non possono mancare mai: fantasia e pazienza.